Airola e il Levitico caudino
Una riflessione di Giacomo Porrino
Airola e il Levitico caudino( di Giacomo Porrino). Nel sedicesimo capitolo del Levitico si descrive, con una minuzia che farebbe invidia a un segretario comunale, un rito che l’umanità non ha mai smesso di praticare. Aronne prende un capro, gli posa entrambe le mani sul capo, confessa sopra di esso tutte le iniquità del popolo e poi lo spinge nel deserto.
Il popolo resta in città, mondato, alleggerito, pronto a ricominciare. Ad Airola, in questo autunno del 2026, il rito è stato officiato con qualche variante liturgica. Niente deserto, ma una commissaria prefettizia. Niente Aronne, ma sette consiglieri comunali. Il capro, invece, è rimasto quello di sempre.
I fatti, per chi avesse avuto la prodigiosa ventura di trovarsi altrove. Il 31 agosto brucia l’impianto di rifiuti dell’area industriale. Un sito, è bene rammentarlo sempre, già posto sotto sequestro giudiziario.
La nube nera si diffonde sulla Valle Caudina, i sindaci invitano in ordine sparso i cittadini a barricarsi in casa, e per qualche giorno l’aria sa di quello che è.
Due settimane dopo arriva la mozione di sfiducia. Il 12 ottobre, dopo cinque ore di seduta, l’aula decreta la fine dell’amministrazione Falzarano: sette sì, cinque no, un astenuto.
Quest’ultimo merita una nota a margine, figura sublime della metafisica municipale, erede caudino di Bartleby lo scrivano. Preferirei di no. Ma preferirebbe anche di sì, all’occorrenza.
René Girard, che ad Airola non è mai stato (ipotizzo), ha spiegato già nel 1982 come una comunità in crisi ritrovi la propria unità scaricando ogni colpa su una sola vittima. Purché sia riconoscibile, purché sia sola, indebolita, purché indossi qualcosa che la renda visibile da lontano. Una fascia tricolore, per esempio, va più che bene.
Perché il fuoco, a ben vedere, aveva molti padri. Un impianto sotto sequestro rimanda a una catena di autorizzazioni, controlli, competenze regionali, verifiche ambientali e provvedimenti giudiziari lunga quanto la nube che ne è uscita.
Ma la Regione non si sfiducia in consiglio comunale, e la catena delle responsabilità non ha un volto da additare al bar della piazza. Il sindaco sì. Mica capperi.
Si dirà che la mozione elencava ben altro: il Piano Urbanistico Comunale mai approvato, il regolamento edilizio che non c’è, l’antenna di via Caracciano, un debito fuori bilancio, la gestione dei rifiuti.
Tutte ragioni che, a detta degli stessi firmatari, l’opposizione denunciava pubblicamente da anni. Da anni. E dunque? Occorreva un incendio per accorgersene? Occorreva la diossina come lente d’ingrandimento?
Ci sono consiglieri che dormono sonni molto profondi e si svegliano soltanto quando scatta l’allarme antincendio. Non per spegnere il fuoco, beninteso, ma per indicare chi ha acceso il fiammifero.
Poi c’è l’aritmetica, che come è noto non ha opinioni ma rivela molte cose. Cinque firmatari non bastano, ne servono sette. E i due voti mancanti, insieme al terzo, arrivano proprio dai banchi della maggioranza.
Da chi, fino al giorno prima, sedeva accanto al sindaco, condividendone bilanci, delibere, rendiconti, responsabilità, silenzi. Folgorati non sulla via di Damasco ma su via Caracciano, costoro hanno scoperto all’improvviso di aver governato con un despota.
Uno dei promotori ha spiegato che Airola non ha bisogno di un uomo solo al comando. Ne prendiamo nota con il dovuto raccoglimento. Ma un uomo solo al comando è, per definizione, un uomo che qualcun altro ha lasciato solo.
E un consiglio che per anni assiste alla solitudine del comandante, salvo poi denunciarla quando il fumo rende la cosa conveniente, ha comandato anch’esso. Ha comandato il silenzio.
Qui il legislatore, che di rado brilla per sagacia antropologica, ha avuto un’intuizione degna di miglior causa. La sfiducia al sindaco comporta lo scioglimento dell’intero consiglio. Simul stabunt, simul cadent.
La legge sapeva già quello che i sette fingono di ignorare, cioè che sindaco e consiglio stanno sulla stessa barca e affondano insieme. E infatti a casa sono andati tutti. Ma con una differenza non da poco: il sindaco ci va da imputato, gli altri da giustizieri.
La legge li ha congedati tutti, la retorica uno solo. Non un atto di responsabilità politica, dunque, ma un’operazione di riposizionamento che non gode del coraggio. Il suicidio assistito spacciato per tirannicidio, in attesa di ripresentarsi alle prossime elezioni come i liberatori della patria airolana, con le mani ancora putrescenti di fumo.
A un tiro di schioppo dalle sorgenti del Fizzo, da cui Vanvitelli condusse l’acqua fino alle fontane della Reggia, non è mancata l’acqua per lavarsi le mani. Ponzio Pilato, tuttavia, aveva almeno un merito: non risulta essersi mai ricandidato dopo le note vicende che l’hanno riguardato.
E Airola, che colleziona commissari prefettizi dal dopoguerra come altri collezionano francobolli danesi, si appresta ad aggiungerne uno all’album, senza che nessuno si chieda perché il copione si ripeta con tanta, desolante, puntualità.
Non si tratta qui di assolvere il sindaco Falzarano, il cui operato ognuno è libero di giudicare come crede. Si tratta invece di rifiutare il comodo inganno per cui una comunità intera, la sua classe politica, i suoi silenzi e le sue convenienze, si mondano scaricando tutto su un solo paio di spalle.
La vera sfiducia, quella che conta, non si vota in aula. Si vota nelle urne. E la meriterebbero tutti, nessuno escluso: chi ha taciuto per anni, chi si è svegliato col fumo, chi ha difeso l’indifendibile per disciplina, chi si è astenuto per prudenza, chi tra gli elettori parimenti distratti si è scoperto un giorno vestito da sanculotto un tanto al chilo.
Gli stessi improvvisati, improbabili sanculotti che, c’è da scommetterlo, saranno ben contenti di rivotare tra pochi mesi coloro i quali hanno contestato appena ieri l’altro. Quando invece un elementare istinto di conservazione porterebbe a esigere non sia rieletto l’intero consiglio comunale così come mestamente uscito di scena.
Ripeto, se Airola vuole iniziare un percorso finalmente nuovo, deve rinnovare l’intero consiglio comunale. Senza più alcuna scusa, altrimenti non sarà valso a niente lo spettacolo inverecondo e codardo di un sindaco trattato come una Maria Antonietta da condurre alla ghigliottina.
La ghigliottina degli elettori è il voto, dovrebbe essere il voto. E va adoperato senza alcuna titubanza nei confronti di tutti quelli che hanno condiviso fino a ieri le responsabilità dell’amministrazione. Tutti, nessuno escluso.
Ma quale che sia tutto il resto, in queste contrade, come altrove, la memoria degli elettori dura però quanto una digestione. Spesso difficile. La vittima sacrificale se n’è andata nel deserto. Il guaio è che il deserto, quello vero, è rimasto in municipio.
E tra qualche mese si ricandiderà. E, temo, sarà rieletto. Perché poi lo si sa, che cosa sarebbe il deserto senza la sabbia che lo forma?
Ricapitolando, c’è del genio involontario ad Airola come altrove. E d’altronde, chi siamo noi per negare il diritto ad affidarsi ai peggiori? Lo suggeriva brillantemente Stanisław Jerzy Lec: «Non siate crudeli, non raddolcite la vita ai masochisti».