Airola e l’elmo di Mambrino: cittadinanza e patrimonio pubblico

La tela di Giacomo del Pò giace in attesa di un restauro nell'indifferenza di tutti

Redazione
Airola e l’elmo di Mambrino: cittadinanza e patrimonio pubblico

Airola e l’elmo di Mambrino: cittadinanza e patrimonio pubblico ( di Giacomo Porrino) . È trascorso già un po’ di tempo da quando, nello scorso dicembre, ebbi modo di ricordare trent’anni di ricerche sul barocco caudino. Era l’inizio di dicembre ed erano in corso le numerose attività legate alla candidatura della Città Caudina a Capitale Italiana della Cultura 2028.

Forse è necessario rammentare come in quel contesto si è stimato utile far presente l’esistenza di una tela di Giacomo del Pò, completamente sconosciuta al pubblico locale almeno fino a quando nello scorso 2023 ebbi occasione di parlarne in un articolo pubblicato in questa sede.

A beneficio e, si spera, utilità di cittadini, appassionati, aspiranti Livingstone e chiassosi carnèadi.

Ebbene, a seguito di quella circostanza, nella quale è stata segnalata l’urgenza di procedere a un restauro denunciando lo stato di incredibile incuria in cui tutti irresponsabilmente nel tempo hanno relegato questo dipinto, il sindaco di Airola, con modi garbati e molto premurosi, mi ha chiesto di procurare un preventivo per procedere al restauro di un bene così prestigioso.

Una presenza di cui finalmente la cittadinanza era stata messa al corrente.

Ho avuto la buona sorte di rintracciare la disponibilità di Bruno Arciprete, decano dei restauratori di Capodimonte, il quale ha generosamente prestato la sua attenzione e il suo tempo per accettare di interessarsi al caso, redigendo un preventivo che ho provveduto subito a inoltrare alla amministrazione comunale lo scorso 26 marzo.

Al di là dei preventivi, che possono essere numerosi e provenienti da chiunque titolato a farne, da quel momento sono ogni giorno in attesa fiduciosa di conoscere la data dell’inizio del restauro della pala d’altare.

Che, segnalo ai maratoneti della distrazione e agli olimpionici della indifferenza, è sempre quella che si vede appena si entra a destra nella chiesa dell’Annunziata.

Ora, fatta questa premessa in forma di silloge, non possono non trovare spazio un paio di spigolature con punto di domanda, a mio avviso necessarie.

È pensabile che nell’intero bilancio comunale non si riesca a trovare le risorse necessarie per realizzare qualcosa che in ordine di importanza dovrebbe godere di una inderogabile statuto di prioritarietà?

Certamente prioritario rispetto alle luminarie natalizie e a molte altre spese ben suscettibili di discussione. Ed è prioritario perché, segnalo, si tratta di un bene pubblico. Di proprietà cioè dei cittadini di Airola, mica di quelli del Wisconsin o di Timbuctu.

E l’amministrazione comunale è tenuta a occuparsene con la massima accuratezza e urgenza, perché ne ha il dovere nei confronti della cittadinanza. E preferisco pensare sia così.

Ma, a parte i doveri della amministrazione comunale, che spero saranno onorati con la celerità che il caso impone, la già avocata cittadinanza avverte in qualche modo il bisogno di restaurare una parte importante del proprio patrimonio culturale?

Non è trascorso molto tempo da quando la ProLoco di Airola, è riuscita con successo nel trovare le risorse per il restauro di un altro dipinto nella chiesa dell’Addolorata. E se per caso, spero di essere smentito, l’amministrazione comunale non fosse nelle condizioni di procedere, non sarebbe altrettanto doveroso da parte dei cittadini, delle attività produttive, delle realtà associative locali, assumersi le loro responsabilità e consorziarsi per affrontare un compito che — è bene dirlo con la consueta schiettezza — darà irrefutabilmente la misura dello stato di salute di una intera comunità?

Perché poi la domanda cui è bene non sottrarsi pretestuosamente è a fundamentis una. Che tipo di comunità è quella che trova, spontaneamente, risorse per decine di magliaia di euro a favore di spettacoli rasoterra senza destinare il minimo sforzo di amore per qualcosa di ben più importante?

Qualcosa di importante per il loro stesso senso di comunità. Se ancora ha significato pensare al senso e al concetto di comunità.

Ancora una volta, anche in questa sede, faccio presente che Airola detiene il patrimonio culturale più ingente della Valle Caudina. E di questo patrimonio già sono profonde le mutilazioni, le dimenticanze, l’incuria che segnano ineluttabilmente la generazione di cittadini che sta permettendo tutto questo.

Siano essi amministratori o, ancor più, cittadini.

La perdita del complesso conventuale di Monteoliveto, la recente e annunciata chiusura del sito conventuale delle clarisse in pieno centro urbano, lo stato miserando del castello e il sito medievale di Airola, la stessa Annunziata, che da troppo tempo necessita di un intervento di restauro radicale che finalmente la liberi di tutte le superfetazioni tardo ottocentesche e il recupero di tutto il suo patrimonio pittorico,

Il recupero indifferibile del complesso dei verginiani con la preziosa chiesa del Carmine da tempo immemore ignominiosamente abbandonata e depredata, e tutto il complesso del patrimonio culturale di Airola, incluso il suo archivio comunale, sbriciolato tra macerie di indifferenza, omissioni, sottrazioni, distruzioni.

Tutto questo, per intenderci, è patrimonio pubblico, è di proprietà dei cittadini di Airola. Avrebbe anzitutto bisogno dell’amore dei suoi cittadini. E i cittadini di Airola dovrebbero rammentarlo, e di conseguenza fare altrettanto nei confronti della amministrazione, di ogni amministrazione, quale che essa sia.

E ritorno alla domanda di prima. Rispetto a tutto questo, nei riguardi di questa vera emergenza che dovrebbe investire tutti, che senso può avere disperdersi in una questione come quella che attiene un museo del telefono?

Ma veramente si vuol credere abbia una qualche importanza in presenza di un elenco così severo, angoscioso, tremendo nella sua complessità come quello più su indicato?

Anche la risposta a questa domanda rende senza alcuna titubanza lo stato di salute di una comunità. Alla dispersione del suo vocabolario collettivo, alla decaduta capacità di interpretare e affrontare processi complessi, alla discontinuità di una risposta cognitivamente apprezzabile.

Cervantes, nel suo Quijote, narra del formidabile duello per un catino di rame fatalmente confuso con l’emo di Mambrino. «Ciò che io veggo e scerno», tenta inutilmente di avvertire il povero Sancho, «non è se non un uomo sopra un asino grigio come il mio, il quale porta sulla testa una cosa che luccica».

Che luccica, certo, ma che pur sempre resta un catino di rame.