Dal professore Pietro D’Angelo, teologo e parroco-abate riceviamo e pubblichiamo. Aree interne: dalle tante parole ai fatti. Delle aree interne oggi parlano in molti. Le citano nei convegni, le studiano nei report, le evocano nei programmi elettorali.
Spesso però lo fanno da lontano, guardandole dall’esterno, come si osserva una mappa: con categorie, grafici e buone intenzioni, ma senza il peso quotidiano delle distanze, dei servizi che scompaiono, delle case e delle piazze che si svuotano.
Io invece ne parlo dal di dentro. Da più di vent’anni vivo in paesi che fanno parte delle aree più interne: luoghi dove il tempo non è una nostalgia, ma una lotta concreta contro l’abbandono; dove la resilienza non è uno slogan, ma una pratica fatta di compromessi, adattamenti e scelte obbligate.
È da qui, da questa prospettiva abitata e non solo studiata, che voglio raccontare cosa sono davvero le aree interne oggi, al di là delle narrazioni comode e delle analisi a distanza.
Anzitutto, le aree interne sempre meno popolose, anche se sono state negli ultimi tempi un pò più attenzionate, restano marginalizzate e lontane dai centri decisionali. Nonostante siano fondamentali per l’equilibrio complessivo della rappresentanza territoriale, continuano ad essere trattate come un problema più che come una risorsa.
Territori spesso molto vasti, in cui resistono piccole comunità, aggrappate a servizi di prossimità sempre più carenti, ma fortemente radicate in un intreccio di identità culturale, coesione sociale e tutela ambientale.
Eppure pagano il dazio in termini di abitanti e, di conseguenza, contano meno. Nei sistemi puramente proporzionali al numero di residenti, chi è di più decide anche per chi è di meno, con il risultato che le priorità politiche seguono la logica dei numeri più che quella dei bisogni.
Così le grandi aree urbane attirano investimenti, infrastrutture e attenzione politica, a discapito di quelle marginali, segnate da servizi sempre più deboli, collegamenti insufficienti e una sanità precaria.
In Campania questo squilibrio è quanto mai evidente. Le aree interne sono ampiamente sottorappresentate in Consiglio regionale rispetto alle aree costiere e metropolitane, sono infatti 27 i seggi in Provincia di Napoli, 9 per Salerno, 8 per Caserta, 4 per Avellino e appena 2 per la Provincia di Benevento.
Il risultato è che interi territori, spesso più fragili dal punto di vista economico e sociale, hanno meno voce nella programmazione e negli investimenti.
Ormai non è più solo una questione di equità formale, ma di vera e propria sopravvivenza territoriale.
Se la Campania fa da esempio, la dinamica è pressoché analoga a livello nazionale, con vaste zone a bassa densità demografica progressivamente schiacciate da quelle più popolose.
Senza un correttivo urgente, la democrazia rischia di diventare una sterile legge dei grandi numeri, e per citare Don Milani: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”.
Oggi, dopo che le tornate elettorali si sono concluse e il dibattito pubblico sembra aver liquidato in buona parte il tema, parlare di aree interne e della necessità di un meccanismo che garantisca loro una presenza minima negli organi decisionali regionali è ancora più necessario.
Rilanciarne davvero il valore significa avere il coraggio di riportarle al centro dell’agenda politica, farle contare di più, farle pesare davvero di più. Perché un territorio che non ha peso e voce è un territorio che, poco a poco, smette di esistere.