Giovani Vite: Madre per sempre ed ovunque
III CAPITOLO DEL DIARIO DELL'ACCOGLIENZA
Giovani Vite: Madre per sempre ed ovunque. Ci sono distanze che il Mediterraneo non è mai riuscito a creare.
Prima di incontrare questi ragazzi, pensavamo che il velo raccontasse una distanza. Poi abbiamo iniziato ad ascoltare i loro racconti sulle madri. E quella distanza ha iniziato lentamente a sgretolarsi.
Se si chiedesse a molti abitanti del nostro territorio di immaginare una madre egiziana e una madre campana, probabilmente emergerebbero immagini diverse.
Da una parte il velo. Dall’altra i capelli scoperti. Da una parte il Nilo. Dall’altra parte il Partenio. Da una parte il tè. Dall’altra il caffè.
Eppure, ascoltando i racconti dei ragazzi accolti presso Giovani Vite, queste differenze iniziano lentamente a perdere importanza.
Perché quando parlano delle loro madri, accade qualcosa di curioso: le parole si assomigliano.
“Mia madre mi chiama ogni giorno.” “Mia madre piange quando non rispondo.” “Mia madre si preoccupa se mangio.” “Mia madre vuole sapere se sto bene.”
Queste frasi potrebbero appartenere a un ragazzo egiziano.
Oppure ad un ragazzo di Cervinara. Ed è forse questo il punto più sorprendente.
Quando i figli raccontano le loro madri, il velo smette improvvisamente di essere protagonista.
Una madre velata aspetta una telefonata. Una madre svelata aspetta una telefonata. Una madre svelata controlla che suo figlio abbia mangiato. Una madre velata prega. Una madre svelata prega. Una madre velata rimane sveglia la notte. Una madre svelata rimane sveglia la notte.
Forse il Mediterraneo ha inventato molte differenze. Ma non è mai riuscito a inventare due modi di essere madre.
Bil parla spesso della propria madre. Quando racconta la partenza, la sua voce cambia. Bil non racconta quasi mai grandi tragedie. Non cerca compassione. Non costruisce discorsi. Fa qualcosa di molto più disarmante: ricorda.
Ricorda dettagli. Ricorda di quelle presenze quotidiane che sembrano eterne finché non scompaiono all’orizzonte.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più dolorosi della migrazione minorile.
Non la distanza geografica. Non il mare. Non i chilometri. Ma l’improvvisa scoperta di quanto amore fosse nascosto dentro le abitudini.
Ci accorgiamo del valore di certe cose soltanto quando smettono di accadere. Bil porta dentro di sé questa assenza con una delicatezza che colpisce profondamente. E osservandolo si comprende una verità che attraversa ogni cultura, ogni religione e ogni confine.
Esistono donne velate. Esistono donne svelate. Esistono lingue diverse. Ma non esiste una distanza capace di rendere meno dolorosa la mancanza di una madre.
Forse il Mediterraneo continuerà ancora a lungo a dividere popoli, lingue e religioni. Continuerà a separare terre, abitudini e destini. Eppure, ogni sera, sulle due sponde accade lo stesso identico miracolo silenzioso.
Una madre guarda il telefono. E aspetta. Aspetta una chiamata che le confermi che suo figlio è al sicuro. Non importa se quella donna vive lungo il Nilo o all’ombra del Partenio. Non importa se indossa un velo o porta i capelli scoperti.
Perché in quell’attesa non esistono più differenze.
Esiste soltanto il nome più antico che un essere umano abbia mai pronunciato: figlio.