Moiano : prendi l’acqua e scappa
Un pericolo reale per tutta la comunità
Moiano : prendi l’acqua e scappa. Woody Allen, che come molti sapranno ha trascorso una vita intera a trattare con la morte senza mai riuscire a fissarle un appuntamento decente, sosteneva che non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico durante il fine settimana.
Da queste parti si potrebbe aggiungere un corollario non meno teologico e non certo prosaico. Non è soltanto l’idraulico a essere introvabile, ma presto potrebbe non trovarsi neanche l’acqua.
O meglio, l’acqua si troverà ancora, beninteso, continuerà a scendere con la stessa indifferente generosità dai fianchi del Taburno come fa da qualche milione di anni.
Solo che a quel punto non sarà più nostra. Sarà di qualcun altro, che ce la rivenderà con un sorriso aziendale e una bolletta stampata su carta riciclata. Perché la sostenibilità, si sa, prima di tutto.
Moiano è ancora un’eccezione. Un piccolo comune che, in mezzo al caravanserraglio delle cessioni e delle esternalizzazioni, continua ostinatamente a gestire da sé il proprio acquedotto.
Non è poco, e non è affatto scontato. Nessun sindaco, nella storia di questo comune, ha mai pensato di cedere alle numerose offerte di quelle società che con insistenza da venditori di enciclopedie porta a porta si sono proposte di prendersi cura, bontà loro, della nostra acqua.
Nessuno. Il che, in un tempo in cui si cede tutto a chiunque purché lo si possa chiamare innovazione, ha quasi il sapore di un miracolo laico.
Un miracolo, peraltro, di cui nessuno parla. Come accade a tutte le cose che funzionano.
Non si tratta di una fortunata distrazione. È una storia, e come tutte le storie che meritano questo nome ha i suoi documenti, le sue pietre, i suoi segni ancora leggibili per chi abbia la pazienza di leggerli.
Si pensi alla Tromba, quel monumentale passaggio sotterraneo costruito in tufo che raccoglieva le acque meteoriche provenienti dai monti circostanti per convogliarle fino all’Isclero, liberando finalmente il centro dell’abitato dal problema delle acque ristagnanti.
Un ipocondriaco newyorkese vi avrebbe probabilmente visto la metafora del proprio intestino, e ne avrebbe ricavato almeno tre sedute di analisi.
Noi, più modestamente, possiamo vedervi quello che è: un’opera pubblica nel senso più pieno e oggi quasi esotico del termine.
Pensata dal pubblico, costruita per il pubblico, senza che nessuno dovesse incassare un dividendo a fine esercizio.
Irreggimentazioni, canalizzazioni, manutenzioni pazienti e niente affatto spettacolari, a dimostrazione di come gli amministratori di questo comune si siano da sempre prodigati attorno a un bene così decisivo per la vita di una comunità.
Senza passerelle, senza nastri da tagliare, senza photo opportunities. Altra fattura umana, altra temperie culturale, si dirà. Appunto.
Del resto l’acqua di queste terre conosce già l’esperienza di essere portata altrove.
Perché il punto, a voler essere banali (e talvolta tocca), è proprio questo. Una società privata non si occupa di un acquedotto per filantropia, né per assicurare a chicchessia un bene pubblico. Una società privata persegue il profitto, ed è anzi la sua natura farlo.
Sarebbe ingenuo rimproverarglielo, come rimproverare a una volpe la sua scarsa vocazione all’ornitologia. Il problema non è la volpe, il problema è chi le consegna le chiavi del pollaio.
Le società che si contendono la gestione delle acque pubbliche sono perfettamente concordi con chi ha detto che il danaro è meglio della povertà, se non altro per ragioni finanziarie. Sulla povertà, quella tendono a lasciarla agli utenti.
E gli utenti, infatti, ovunque queste società si siano trovate a operare, lamentano sempre lo stesso copione. Tariffe in aumento esponenziale, guasti riparati a data da destinarsi, numeri verdi con Le quattro stagioni di Vivaldi in loop perpetuo mentre l’acqua manca da tre giorni.
In Io e Annie due anziane signore in villeggiatura si lamentano del cibo dell’albergo: è terribile, dice la prima. Sì, risponde l’altra, e per giunta le porzioni sono così piccole. Ecco, la gestione privata delle acque riesce spesso nel prodigio di realizzare quella battuta in forma di servizio pubblico. Acqua peggiore, e per giunta più cara.
Nel giugno del 2011 più di venticinque milioni di italiani si recarono alle urne per dire con nettezza che l’acqua doveva restare fuori dalla logica del profitto. Un risultato limpido, per restare in tema.
Poi, come accade da noi a tutte le cose limpide, qualcuno si è preso la briga di intorbidirlo con pazienza certosina, decreto dopo decreto, ambito dopo ambito, sigla dopo sigla.
Le concessioni si sono fatte pluridecennali, e chi le ha firmate sapeva bene che l’eternità è molto lunga, specialmente verso la fine.
Veniamo dunque a noi. A Moiano, negli ultimi quindici anni, si è registrato un sensibile aumento delle tariffe dei servizi comunali. E stiamo parlando di una gestione pubblica, si badi.
Ora, non occorre essere dotati di particolari facoltà medianiche per immaginare che cosa accadrebbe se qualcuno, in un pomeriggio di malaugurata ispirazione, pensasse di cedere alla follia di affidare l’acquedotto a una di queste società.
Se già oggi le bollette salgono come la temperatura di un ipocondriaco che si misura la febbre ogni dieci minuti, domani salirebbero come la temperatura di un ipocondriaco che ha appena letto su internet i sintomi di una malattia tropicale.
Con la differenza che l’ipocondriaco, almeno, la malattia non ce l’ha. Noi invece sì.
E quand’anche si trattasse di una condizione capestro imposta da qualche livello istituzionale sovracomunale, uno di quegli enti dal nome lungo quanto un’enciclica e dalla sigla impronunciabile quanto un codice fiscale, allora non resterebbe che una sola strada.
Una per tutte. Poco distante corre l’acquedotto carolino, che il buon Vanvitelli progettò per far zampillare le fontane di un Re a Caserta. Ma quella volta, almeno, il committente era un sovrano. E i sovrani avevano se non altro il pudore di non chiamarlo servizio al cliente.
Talete di Mileto, che non era un amministratore delegato, aveva individuato nell’acqua il principio di tutte le cose. Eraclito, qualche decennio più tardi, ci ha informato che tutto scorre.
Nessuno dei due poteva immaginare che un giorno qualcuno avrebbe montato un contatore anche sul divenire. E che lo avrebbe fatto con l’ottimismo contabile di chi ha appena scoperto che la sete non conosce recessione.
Ci si attenderà una mobilitazione civica vigorosa e senza sconti per nessuno. Per nessuno, ripeto, a cominciare da chi siede in municipio e da chi ambisce a prenderne il posto.
Non bastano i comunicati con l’indignazione a tiratura limitata, né le dichiarazioni di principio pronunciate con la voce grave di chi sa già che non seguirà niente.
Servono atti, presenze, voci. Servono persone disposte a metterci la faccia, non soltanto il profilo. E qui so già che i tanti Santi Giuliani di queste contrade si affretteranno a scoprire una vocazione idraulica fino a ieri insospettabile, salvo poi eclissarsi al primo cenno di impegno reale.
Non stupirà nessuno, temo. Ma è bene saperlo per tempo.
Perché l’acqua non è una merce come le altre, e non lo è per una ragione elementare che persino un assessore distratto potrebbe afferrare.
Di tutte le altre merci si può fare a meno. Di questa no. Chi controlla l’acqua controlla la vita di una comunità, i suoi orti, le sue case, i suoi anziani, i suoi bambini, il suo stesso diritto a restare dove è.
Cedere l’acquedotto non è un’operazione amministrativa, è una forma di abdicazione. È consegnare a un consiglio di amministrazione lontano la custodia di quello che i nostri predecessori hanno difeso scavando gallerie nel tufo.
Loro scavavano per far defluire l’acqua, noi rischieremmo di scavare per far defluire i soldi. Nella direzione sbagliata, naturalmente.
Woody Allen, ancora lui, sosteneva di non aver paura di morire, ma di non voler esserci quando accade. I moianesi, nel caso, ci sarebbero eccome.
Con il bicchiere vuoto in mano e la bolletta nell’altra. Ed è qui che li aspetto, i moianesi, e chi li rappresenta. Perché se non saranno in grado di difendere il proprio bene più prezioso, allora meriteranno davvero di morire di sete.