Una candidatura politica dentro il Pd non è semplice confusione
E' una riflessione dei componenti della direzione provinciale del pd Radici e futuro
Gli aggettivi qualificativi non si riferiscono sempre all’oggetto da descrivere, ma spesso riflettono l’idea che un individuo ha del mondo. Per questo, le cose vengono qualificate non tanto per ciò che sono nella realtà, quanto per ciò che riusciamo a immaginare, in base alla nostra cultura, alla nostra storia personale e alla nostra educazione.
C’è un equivoco di fondo che attraversa il nostro tempo: l’idea che il confronto sia un problema, che la discussione sia perdita di tempo, che la dialettica interna ai partiti sia un fastidio.
È un equivoco pericoloso. Perché confonde gli interessi personali con la politica e, alla fine, finisce per svuotarla del suo ruolo primario. La democrazia non è silenzio. Non è neppure ordine apparente. È conflitto regolato, è pluralità organizzata, è discussione.
Senza questo, resta solo una rappresentazione povera, spesso guidata da pochi addetti ai lavori.
Non è un caso che la nostra Costituzione, all’articolo 49, affidi ai partiti un ruolo preciso: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” Non è una concessione. È un pilastro. I partiti non sono un accessorio della democrazia: ne sono una delle condizioni di esistenza.
Gramsci lo aveva intuito con chiarezza: “Il partito è il moderno Principe”, cioè lo strumento attraverso cui una società prende coscienza di sé e si organizza. Senza organizzazione, resta solo la somma degli individui, non una comunità politica.
Allo stesso modo, Popper ci ricorda che una società è aperta solo se è criticabile: se le idee possono essere messe in discussione, se il dissenso non è un’anomalia ma una risorsa. Dove il confronto viene derubricato a “ammuina”, secondo l’analisi di moderni editorialisti locali, non siamo davanti a un eccesso di politica, ma al suo contrario: alla sua riduzione.
In Irpinia, come altrove, c’è chi ha liquidato il tentativo di discutere, contarsi, avanzare una candidatura politica dentro il Partito Democratico come semplice confusione. “Ammuina”, appunto. Una parola che, più che descrivere la realtà, tradisce uno sguardo: quello di chi considera la partecipazione un intralcio, e non una risorsa.
È una visione povera. E, diciamolo, anche irrispettosa. Perché esistono ancora persone, e sono più di quanto si creda, che fanno politica senza interesse personale, che dedicano tempo, energie, competenze a una comunità. Persone che discutono, che si confrontano, che a volte si scontrano, ma lo fanno dentro un perimetro democratico.
Ridurre tutto questo a folklore significa non capire, o non voler capire, cosa sia la politica. Le convinzioni umane sono spesso radicate in ciò che portiamo “dietro gli occhi”: la nostra storia, la nostra educazione, la nostra visione del mondo. È anche per questo che il confronto è necessario: perché nessuno possiede la verità intera. Il problema, quindi, non è la discussione. È la sua assenza.
Oggi i partiti, le amministrazioni, i luoghi della decisione sono sempre più attraversati da competenze tecniche, necessarie, per carità, ma spesso sbilanciate. Il rischio è che intere parti sociali restino fuori: lavoratori, piccoli imprenditori, agricoltori. Non per mancanza di idee, ma per mancanza di accesso. Un partito che funziona non è quello che elimina il conflitto. È quello che lo organizza. Che apre, che include, che sostiene anche chi ha meno strumenti per partecipare.
Perché la politica, se vuole restare tale, ha bisogno di tutti. Ma non tutti partono dalle stesse condizioni. E allora il compito di un’organizzazione politica è anche questo: riequilibrare, dare voce, creare spazio. Il resto, il silenzio, l’ordine apparente, l’assenza di confronto, non è stabilità, è solo un vuoto ben costruito. E la democrazia, nei vuoti, non cresce, ma si spegne, come è già successo più volte nel recente passato.