Valle Caudina: Fra Girolamo da Montesarchio è il vero scopritore del Congo
Il Congo è ovunque. Fra Girolamo da Montesarchio e il viaggio che non finisce.
Valle Caudina: Fra Girolamo da Montesarchio è il vero scopritore del Congo ( di Giacomo Porrino). Nel diario di André Gide, Voyage au Congo, pubblicato nel 1927 da Gallimard, l’autore de L’immoralista racconta un viaggio dal 1926 al 1927 nell’Africa equatoriale francese partendo dalla foce del fiume Zaire (oggi Congo) fino al lago Ciad, non estraneo alle suggestioni degli esploratori tanto in voga tra Ottocento e Novecento.
È ancora relativamente celebre l’incontro tra John Rowlands, poi noto come Henry Morton Stanley e David Livingstone. «Doctor Livingstone, I presume?». Il dottor Livingstone, suppongo. Con questa frase, che ebbe una grande fortuna giornalistica, Stanely ha sigillato la sua fama di esploratore dell’Africa e soprattutto di ricercatore del disperso dottor Livingstone.
Con il quale si porterà successivamente nella esplorazione dell’area del lago Tanganika. In seguito lo stesso Stanley, dopo un cospicuo finanziamento dal New York Herald e dal Daily Telegraph, percorre l’intero corso del fiume Congo fino alla sua foce.
La fama del gallese naturalizzato statunitense si incardina a partire da quel momento nella figura di colui che ha disvelato il mistero di una regione del mondo fino a quel momento sconosciuta.
Ancora oggi, molta manualistica riporta placidamente questa acquisizione. È infatti ancora attuale il concetto di esplorazione saldamente ancorato a quella della romanzesca figura dell’esploratore d’età vittoriana. Strumento narrativo per una rappresentazione simbolica nell’immaginario generale dell’impero britannico nel mondo della seconda metà del XIX secolo.
E dunque Stanley è il conclamato scopritore dell’Africa centrale, autore di libri e articoli di grande successo e dalla forte fascinazione collettiva. La letteratura odeporica e periegetica vive sovente di grandi sillabazioni emotive e di iperboli non sempre disegnati da rigore epistemologico.
Per dire di come nella letteratura di e sul viaggio prevalga spesso l’emotivo sulla filologia. Tutto questo almeno fino al 1976, quando Calogero Piazza pubblica un testo che smantella definitivamente, con il silenzio del rigore, il castello mediatico costruito in quasi cento anni.
Ne La prefettura Apostolica del Congo alla metà del XVII secolo, Piazza pubblica per la prima volta in forma integrale i resoconti, i viaggi apostolici e le relazioni di un caudino, fra Girolamo da Montesarchio, carismatico frate cappuccino che più a lungo e approfonditamente di ogni altro compagno di spedizione dispiegherà la sua opera di evangelizzazione in un ampio insieme cronologico dal 1648 al 1668.
Altri studi in realtà avevano già accennato alla figura del missionario caudino (Si vedano su tutti il testo di Samuele Cultrera da Chiaramonte, Un uomo meraviglioso. Il P. Girolamo da Montesarchio missionario cappuccino, del 1927, nonché lo studio di Olivier de Bouveignes e Jean-François Cuvelier, Jérôme de Montesarchio, apôtre du vieux Congo, del 1951, per non tacere dei contributi posteriori del Filesi).
La mole cospicua di memorie lasciate dal frate caudino, ben congegnate secondo una solida struttura narrativa mescolata alle esigenze tipiche di un uomo che decide di non restare nel rigido intorno dei suoi doveri di religioso, insegue senza sosta la fascinazione di un mondo completamente nuovo.
Costituisce un patrimonio conoscitivo di grande importanza che permette una visione storiografica molto più ampia e compiuta in ordine alla conoscenza del forte attivismo missiologico in una regione fino a quel momento lambita da conoscenze marginali e incerte.
Un’imponente messe documentaria opera di un uomo, un frate cappuccino, che presto diventerà una figura di riferimento per la storia della evangelizzazione e della conoscenza dell’Africa subsahariana.
Si chiamava Girolamo. Girolamo Cioffi, e indossato l’abito dei cappuccini assumerà il nome di fra Girolamo da Montesarchio. Ed è con questo nome che prende il mare dal porto di Càdiz il 4 ottobre 1647, appena pochi anni dopo la sua ordinazione, alla volta di quello che al tempo era ancora chiamato Oceano Etiopico. Fino a giungere alla costa angolana, nell’approdo di Luanda per poi faticosamente arrivare a Mbanza Kongo, l’antica capitale congolese.
Ma perché il Congo? In sintesi brutale è bene accennare al contesto generale degli eventi che portano Girolamo in quelle terre così remote. Siamo nel 1483, il navigatore portoghese Diogo Câo si imbatte nell’estuario del fiume Zaire, il regno del Congo passa quindi rapidamente nell’area di influenza dell’impero lusitano, sebbene per un periodo conteso con l’impero olandese.
Da quel momento ha inizio la lunga e problematica vicenda della evangelizzazione dell’Africa centrale. Una prima missione di domenicani, francescani e lóios (canonici regolari di San Giovanni Evangelista), al seguito della spedizione di Ruy de Sousa, va incontro a incertezze ed esiti sostanzialmente deludenti.
Dopodiché, trova spazio una breve parentesi gesuita alla metà del XVI secolo. Ma la Compagnia di Gesù preferisce lasciare il territorio congolese preferendo attestarsi in quello dell’Angola, contestualmente sono inviati alcun religiosi carmelitani e agostiniani.
Ciò malgrado, stante le enormi proporzioni che l’impero lusitano aveva assunto tra il XV e il XVI secolo, questi tentativi saranno segnati dalla assenza di una vera struttura missiologica organizzata allo scopo della costruzione di una presenza realmente stabile nell’area.
Interviene a questo punto Papa Paolo III, che con la sua bolla Aequum reputamus del 1534, spinge la corona del Portogallo ad assumersi la responsabilità di risolvere il problema, provvedendo di una presenza missionaria adeguata per le necessità di evangelizzazione dei territori acquisiti.
I sovrani del Congo manifestano sempre più frequentemente i segni della loro insoddisfazione a causa della scarsa e inefficace presenza religiosa, e soprattutto della crescente tracotanza del potere portoghese.
Trovano così il modo di rivolgersi direttamente al papato, il quale investe del problema l’ordine dei cappuccini riunito per l’occasione in un capitolo generale del 1618. Si decide l’invio di missionari spagnoli, ma il problema a questo punto da religioso diviene rapidamente politico.
La ferma opposizione della corona portoghese porta a una situazione di stallo che permane fino al 1622, quando nasce la Sacra Congregazione de Propaganda Fide. Il progetto missionario diventa a sua volta azione politica del papato, volto alla soluzione del contrasto lusitano-spagnolo.
Non saranno quindi religiosi portoghesi o spagnoli a essere investiti del compito assai delicato, ma religiosi italiani. Ed è qui che torniamo ai nostri cappuccini, organizzati in tempi rapidi e scelti in base a una selezione molto severa.
Siamo agli esordi della «Missio Antiqua», gli esordi della presenza cappuccina nel Congo che avrà termine solo nel 1835. Parte quindi un primo nucleo di cappuccini nel 1645, cui seguirà una seconda spedizione nel 1647. Quella nella quale è presente Fra Girolamo da Montesarchio.
Girolamo si attesta subito nei luoghi al tempo incogniti e mai toccati da alcuna missione precedente. L’area a nord di Mbanza Kongo, Nsundi (che nelle cronache coeve diventa «Sogno») è un territorio ancor più difficile da attraversare per la sua complessa orografia, per la scarsità di strade percorribili e non di rado per la stessa incolumità personale.
Senza esitazione il caudino si spinge oltre ogni limite fino a giungere sicuramente alla palude di Ngobila (poi Stanley Pool, oggi Palude di Malebo) ben due secoli prima di Stanley e Livingstone, lambendo i limiti del regno del Mikoko, un luogo ritenuto più un frutto della mitologia geografica che una terra realmente esistente.
Una molteplicità di luoghi che ad alcuno prima era stato dato raggiungere, o semplicemente ipotizzare di farlo. Ed è proprio lui, «l’apostolo di Sundi», a raccontarlo in una dettagliata descrizione delle sue attività in venti anni di vita trascorsa letteralmente vedendo e disegnando mappe culturali di un mondo in quel momento ancora sconosciuto.
Viaggio del Gongho, una monumentale opera scritta nel 1668, non soltanto limitata alle strette esigenze di carattere missiologico, ma estesamente protesa verso istanze più ampie della conoscenza geografica, antropologica, etnografica, linguistica (Girolamo trasmetterà dettagliate indicazioni grammaticali sul kikongo, la lingua locale del tempo).
La fama e la reputazione di fra Girolamo da Montesarchio si consolidano ben presto nell’ambito dello scenario culturale e religioso del suo tempo, specie in quello dei cappuccini. Se ne ha prova nella numerosa presenza dell’aneddotica sul frate caudino all’interno della letteratura che seguirà il suo Viaggio del Gongho.
Che, in questo senso, rappresenta una marcatura decisiva, un punto di svolta, per la scoperta geografica ma soprattutto per un mutato atteggiamento culturale nell’ambito delle missioni religiose della seconda metà del XVII secolo.
La figura e la dimensione della influenza di Girolamo Cioffi sulla cultura cappuccina è ben visibile proprio nella permanenza e nella considerazione dei suoi confratelli, a partire dai suoi stessi compagni di missione.
E dunque Gennaro da Nola, Bonaventura da Firenze, Serafino da Cortona, Paolo da Varazze, Francesco da Pavia, Luca da Caltanissetta, Lorenzo da Lucca, Giuseppe da Modena, Bernardino Ignazio da Asti, ma soprattutto Giannantonio Cavazzi di Montecuccolo e Girolamo Merolla da Sorrento, indicano chiaramente il ruolo preminente di guida culturale prima ancora che spirituale e religiosa svolta dal caudino.
Il quale in taluni casi, oltre l’elencazione delle sue qualità di infaticabile viaggiatore ed evangelizzatore in luoghi nei quali nessuno aveva mai osato intraprendere alcuna azione, viene definito finanche come taumaturgo come a mostrare nitidamente un chiaro sentimento di ammirazione incondizionata.
Tutto però si dissolve con la dispersione della presenza e della forza dell’ordine, in concomitanza con il mutare profondo degli scenari nel corso del XIX secolo. Così non solo Girolamo Cioffi da Montesarchio, ma l’intero insieme della stagione missiologica durata due secoli va incontro a un rapido oblio, tanto repentino quanto profondo. Girolamo morirà poco dopo aver concluso la redazione delle sue voluminose memorie, il 29 maggio del 1669.
E in questo silenzio, lungo gli spazi di una conoscenza dimenticata, trovano successivamente ribalta le figure dei grandi viaggiatori britannici d’età vittoriana di cui sopra. Scopritori di quello che era già stato sostanzialmente scoperto e vissuto due secoli prima.
Ma di cui s’era persa quasi ogni traccia. E tuttavia sarebbe un errore grossolano misurare la liceità e la qualità dell’una e dell’altra vicenda adoperando una banale quanto ingenua visione lineare degli eventi. La questione è più complessa, chiaramente, e necessita di strumenti metodologici meno grossolani.
Gli uni e gli altri ignoravano, per ragioni diverse, le vicende che li hanno visti protagonisti. Se fra Girolamo da Montesarchio ignorava naturalmente l’esistenza di chi sarebbe vissuto solo molto tempo dopo, anche Henry Stanley non avrebbe potuto immaginare l’esistenza di un coraggioso missionario cappuccino che durante la metà del Seicento ha percorso tutto il Congo meridionale rivelandolo al mondo, sebbene inedito e negletto fino al XX secolo.
Certamente va da sé che il secondo avrebbe potuto, e in qualche misura, dovuto incuriosirsi eventualmente alla letteratura edita e inedita sull’argomento, oggi diremmo della letteratura specialistica.
Ma nella temperie culturale del tempo ciò sarebbe stato impensabile se si pensa alla caratura essenzialmente sensazionalistica ed emotiva alla base delle maniere esplorative ottocentesche.
Cionondimeno nessuno dovrebbe poter eludere la necessità del rigore che porta a interrogarsi su quanto ci ha preceduto, specialmente se di grande significato. E dovrebbe suggerire, specie ai contemporanei, quanto sia necessario un atteggiamento meno pusillanime di coloro i quali intendono rincorrere soltanto le meschinità di bandiere e gagliardetti da esibire.
La conoscenza è qualcosa di felicemente ben più serio di una sghemba passerella al servizio del mitomane di turno. In fondo la vita e l’opera di Girolamo Cioffi dovrebbe mostrarlo con buona chiarezza.
La gioia della conoscenza non prevede mercato, né mercanteggiamenti, né improvvisatori e improvvisazioni. E paradossalmente, se egli potesse per un momento essere tra noi oggi, non è peregrino immaginare ci ammonirebbe a esplorare senza timore proprio quella Città Caudina, nella Valle Caudina, che non può in ogni caso essere solo la galera oleografica delle forche caudine.
Esplorare un patrimonio culturale non è fermarsi compiaciuti a una cartolina, peraltro dal gusto vieto. Non è tumularsi ancora una volta nella confusione mediocre e ignorante del turismo come cultura e della cultura come turismo. A questo punto, dopo le vicende dell’ultimo anno, è lecito pretendere molto di più. Ma sarà bene parlarne in un altro momento.