Valle Caudina: l’Appia Antica nella Campania Felix
La Regina Viarum tra incanto e degrado
Valle Caudina: l’Appia Antica nella Campania Felix. La Regina Viarum tra incanto e degrado. «Questa via Appia era meravigliosa». È con la raggiante testimonianza di Charles-Louis de Montesquieu, tratta dal suo Viaggio in Italia (1728-1729), che si apre la riflessione densa e appassionata della professoressa Jolanda C. Capriglione dedicata alla Regina Viarum.
L’editoriale si configura come un grandioso affresco storico, critico e paesaggistico che ripercorre il destino della più celebre via dell’antichità romana, intrecciando le citazioni dei grandi intellettuali europei con l’acerba realtà della gestione contemporanea del patrimonio culturale. Tuttavia, il saggio non cede a una facile edulcorazione nostalgica: accanto all’incanto, emerge con forza la drammatica storia del degrado e della spoliazione.
La professoressa Capriglione focalizza l’attenzione sul percorso che da Capua si snoda verso sud-est, addentrandosi nel cuore pulsante della Campania Felix. Qui la bellezza dei monumenti si scontra apertamente con l’incuria contemporanea e con l’impatto storicamente ambiguo dei restauri settecenteschi.
Alle porte di Capys si erge la celebre Conocchia (II sec. d.C.) -mausoleo così denominato per la forma che richiama un fuso-, descritto con ammirazione da Henry Swinburne nel suo viaggio d’esplorazione, immortalato nelle incisioni di Piranesi e Rossini e oggetto di un discusso restauro voluto da Ferdinando IV di Borbone nel 1790.
Un capitolo di straordinario fascino ed emozione riguarda le celebri Matres Matutae (VI-IV sec. a.C.), sculture votive in tufo conservate al Museo Provinciale Campano di Palazzo Antignano a Capua.
La ricercatrice ne rievoca la travagliata vicenda: sepolte nuovamente dopo la scoperta, predate dai tombaroli e infine salvate grazie all’istituzione del museo nel 1874. Tali capolavori sono magistralmente definiti da Carlo Rescigno «un bosco di madri».
L’antica Capua
La riflessione prosegue con un’indagine su Santa Maria Capua Vetere -l’antica Capua definita da Cicerone altera Roma e da Tito Livio urbs maxima opulentissimaque Italiae- che sorge proprio sul decumano massimo coincidente con l’Appia.
La città, resa celebre dalle rose con cui si producevano i più rinomati profumi dell’antichità e dall’Anfiteatro Campano (secondo per dimensioni solo al Colosseo e legato alle gesta di Spartaco), custodisce un patrimonio artistico ed epigrafico diffuso di inestimabile valore.
Tra le gemme nascoste spicca il Mitreo di Capua (II sec. d.C.), luogo di culto dedicato al dio persiano Mitra. Il sito si presenta oggi ridotto quasi a un «sottoscala» a quattro metri di profondità, soffrendo un deplorevole stato di abbandono.
Eppure, l’impatto emotivo della cripta resta intatto: la volta a botte decorata con stelle rosse e blu, il pavimento in cocciopesto e soprattutto il maestoso affresco della Tauroctonia, in cui il dio atletico col berretto frigio sacrifica il toro sacro alla presenza del Sole, della Luna, di Oceano e della Terra.
L’editoriale di Jolanda C. Capriglione si chiude con un appello accorato e fiducioso: l’Appia non è soltanto un reperto del passato, ma un patrimonio vivo che richiede con urgenza un piano globale di conoscenza, tutela e valorizzazione.
L’associazione Ambiente e Cultura Mediterranea offre con orgoglio il proprio contributo attraverso il progetto culturale «L’Appia Antica. Una via per l’impero», nato per contribuire alla trasformazione dell’admiratio dell’antica Regina Viarum in una concreta risorsa per il futuro del territorio.
Italo Abate