Economia

Valle Caudina: perchè chiudono le banche?

Valle Caudina: perchè chiudono le banche?

La chiusura di due sportelli bancari in Valle Caudina è un segnale evidente di due fenomeni: uno globale e uno strettamente locale.

Il primo.
Tutto il sistema bancario sta vivendo una profonda trasformazione. Proprio tre giorni fa, il governatore della Banca D’Italia, Ignazio Visco, era stato chiarissimo nella sua relazione annuale sull’economia italiana: “Gli istituti di credito devono riorganizzarsi, abbattere i costi, diminuire il numero di sportelli e gli occupati e favorire le integrazioni”.
Il credito in Italia vive una periodo nerissimo: i quasi 300 miliardi di euro di debiti inesigibili (cosiddetti “incagliati”) comporta una fragilità strutturale tanto è vero che anche l’Unione Europea ha più volte sollecitato il Governo ad un intervento netto. In questa scia, si deve leggere il “bail in” imposto da Bruxelles: se le banche falliscono devono pagare prima tutti gli azionisti, poi gli obbligazionisti e infine i correntisti con depositi superiori ai 100mila euro. Se a questo si aggiunge la scellerata gestione di alcune banche (Popolare di Vicenza e Banco Veneto, ad esempio) si capisce come tutto è in profonda trasformazione. La chiusura degli sportelli delle banche in Valle Caudina (ma in tutto il Meridione) rientra anche in questa ottica. Unicredit, due anni fa, ha annunciato la chiusura di diversi sportelli in Campania. Marginale, ma pur sempre fondamentale, è l’innovazione che investe il settore: ora basta un cellulare per fare tutte le operazioni e gli sportelli fisici diventano sempre più inutilizzati.

Il secondo.
La Valle Caudina è in profonda crisi economica. Non che abbia mai vissuto periodi floridi, ma almeno negli anni Novanta (sull’onda lunga della grande crescita dell’economia mondiale) timidi segnali positivi erano arrivati anche nel territorio.
Le banche sono le prime “antenne” dell’economia: se gli sportelli chiudono è perché non sono più “fruttiferi”, quindi si sceglie di sopprimerli o accorparli.
Gli amministratori locali nulla possono in questo processo di desertificazione economica (né, tantomeno, possono evitare la chiusura delle banche: mica sono il governo cinese che pianifica tutto?).
La responsabilità della politica è una e molto più grave: non aver capito che la situazione in Valle Caudina è drammatica. I politici non hanno impostato un piano di sviluppo adeguato.
I fondi europei (molto nominati in questa campagna elettorale) sono serviti sono da bancomat per clientele da basso impero: non esiste alcun progetto a media e lunga scadenza che investa lo sviluppo economico locale. La Città Caudina, ancorata ad una incomprensibile immobilità, avrebbe dovuto sostenere un processo di programmazione di area vasta, ponendo le basi per una crescita economica adeguata. Al momento, però, latita.
Senza contare, poi, che gli amministratori locali hanno dovuto fare i conti con i tagli dei trasferimenti dal Governo centrale e quindi si sono trovati con il cerino in mano a dover garantire servizi senza soldi.
Una responsabilità enorme, poi, è del sistema imprenditoriale e sindacale.
I primi hanno sempre e solo lavorato dietro la pubblica assistenza. Le poche, eroiche, attività indipendenti sono troppo piccole per trainare tutta la Valle.
Il capitalismo familiare caudino si è infranto nelle faide tra fratelli e nella incapacità, in molte situazioni (ma non in tutte) delle seconde generazioni di gestire i business ereditati dai padri. Si vedano, a titolo di esempio, i diversi casi di cassa integrazione che riguardano la Valle.
Ancora peggiore è stato l’atteggiamento dei sindacati. Questi ultimi non sono mai riusciti ad avere un ruolo rilevante e a proteggere gli interessi dei lavoratori stimolando gli imprenditori. Basti pensare, ad esempio, che a Cervinara si interessano solo della graduatoria Iacp o dei bandi messi in appalto dal Comune. Dei braccianti agricoli, dello scempio della montagna, dei giovani disoccupati non si sono interessati mai.
Dunque, il discorso della chiusura degli sportelli dovrebbe servire a riflessioni programmatiche e non a scambi per la campagna elettorale.

Angelo Vaccariello

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