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Disuguaglianza, dramma moderno

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8 anni fa - 25 Febbraio 2014

“Mentre il reddito di una minoranza cresce in maniera esponenziale quello della maggioranza si indebolisce e la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo  continuano a vivere in una precarietà quotidiana con conseguenze funeste”.
Chi parla così è papa Francesco. Il discorso è del 16 maggio ai diplomatici. Non è una frase staccata dal contesto. Tutto l’intervento è un disegno della Chiesa dei poveri, una presa di posizione durissima contro l’opulenza e gli sprechi delle nazioni più progredite dell’occidente. Parla Francesco non parla a caso. Egli è sostenuto da atteggiamenti, studi, saggi, documenti che alimentano e formano il suo giudizio. Uno di questi è “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti. Falso!”, l’ultimo libro di Zygmunt Bauman , il sociologo polacco, uno dei grandi pensatori al mondo.
Il saggio è di 100 pagine, edito da Laterza. Costo 9 euro.
La disuguaglianza sociale ha sempre accompagnato il mondo. Basta leggere il Vangelo di Marco: “Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Oggi essa ha altre caratteristiche: si autoperpetua cioè incrudelisce per forza endemica. Chi è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero diventa sempre più povero proprio per il fatto di essere povero. Bauman dà conto citando delle cifre del divario e del solco profondo fra abbondanza e miseria. Il 20 per cento più ricco della popolazione consuma il 90 per cento dei beni prodotti, mentre il 20 per cento più povero consuma l’1 per cento.
Si stima inoltre che il 40 per cento della ricchezza mondiale è posseduto dall’1 per cento della popolazione totale del mondo. Oggi il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito procapite di ben 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. Si approfondisce rapidamente e in maniera crescente la distanza fra quelli che sono in cima e quelli che sono in fondo alla scala. Una prima conseguenza della crescente disuguaglianza del reddito è che il ceto medio si è proletarizzato. E’ una grande mutazione foriera di gravi conseguenze sociali. Il vero impatto del cambiamento -sostiene Bauman- è il declino delle classi medie al rango di precariato.
I primi dieci più ricchi del mondo hanno accumulato ad oggi una ricchezza pari a 2.700 miliardi di dollari che è all’incirca la dimensione dell’intera economia francese, la quinta più grande del mondo. L’assetto globale della società è a forma di piramide: i ricchi al vertice e alla base una massa sempre più considerevole di non abbienti. Il commento di Stewart Lansley, riportato da Bauman, è che: “La lezione centrale degli ultimi 30 anni è che un modello economico che permette ai membri più ricchi della società di accumulare una posizione sempre più grande della torta alla fine si autodistruggerà”.
Qui sta un pericolo per la democrazia, qui sta un pericolo per l’assetto sociale di tutto l’Occidente.
Non mancano coloro i quali credono nell’attuale sistema globale. Essi sostengono che la ricchezza di pochi filtrerà verso il basso della scala sociale e porterà nuovi posti di lavoro e benessere e felicità. Economisti, banche, Istituti di studio sono di questo avviso. I movimenti di capitale, senza regole, sconvolgono i mercati e vanno dove può prodursi ricchezza. Bauman fa tabula rasa di questa tesi.  Essi sono “dogmi dell’ingiustizia”.
Il grande sociologo ne elenca quattro: la crescita economica, il consumo crescente, la naturalità della disuguaglianza, la rivalità.  La crescita economica per Bauman è un vero feticcio. Essa è misurata sulla base del prodotto interno lordo. Bastano pochi decimali e si parla di crisi o di sviluppo. Oggi non preannuncia niente di nuovo. Al contrario presagisce una più ampia disuguaglianza. Il grande sociologo vede nella deregulazione, nella de materializzazione le cause della crisi attuale; nel gioco a scatola cinese della società, nelle alchimie finanziarie, nel nominalismo del denaro, nelle partite di ragionariato si compongono e si scompongono i fondi dell’attuale tempesta economica. Le pagine più belle del saggio sono quelle che si riferiscono alla società dei consumi: Bauman la descrive con puntualità ed efficacia e con vividezza di notazioni. Viviamo fra negozi e supermercati: questi ultimi, secondo una espressione George Ritzer, sono i nostri templi; le liste dei prodotti sono i nostri breviari; i quattro passi per lo shopping i nostri pellegrinaggi. Dalla nascita alla tomba siamo bombardati da messaggi pubblicitari. Tutti promettono una porzione di felicità: i prodotti ammiccano dagli scaffali e sono il riferimento della nostra quotidianità. Ognuno di essi viene incontro ai nostri desideri e bisogni. Fra i prodotti e noi si determina quasi una relazione erotica: l’oggetto del consumo niente chiede e niente pretende come la persona amata; dà tutto ed è pronto a sparire senza lagnanze se c’è un prodotto più glamour e più efficiente.
I negozi sono come farmacie: puoi comprare tutto ciò che lenisce, medica, guarisce. Il dogma fondamentale della società consumistica sta in un assioma: il perseguimento della felicità consiste nel fare acquisti e la felicità deve essere ricercata e aspetta di essere trovata sugli scaffali dei negozi.
Chi acquista si sente gratificato: si sente soddisfatto e potente. Chi non può soddisfare il desiderio perde nell’autostima, si sente sconfitto e ai margini della società. Questa frustrazione esplode talvolta in rabbia e allora si distrugge quello che non si può possedere. Ecco, per Bauman, la spiegazione dei tanti tumulti, degli attacchi dei no global, delle devastazioni di negozi, uffici commerciali e banche.
Perché siamo arrivati a questo punto che sembra di non ritorno? Perché danziamo sull’orlo del baratro di schianto mondiale. Per il grande pensatore polacco la risposta è secca e chiara: abbiamo sostituito la competizione e la rivalità alla cooperazione amichevole, alla condivisione, alla fiducia, al rispetto reciproco.
A Bauman si deve la folgorante definizione di “società liquida” per dire del nostro mondo individualista, utilitarista, con poche e non salde religioni. A lui si deve l’ammonimento che ormai mancano solo pochi minuti a mezzanotte.

Gianni Raviele

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