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C’era una volta Joffredo

Massimo Zullo ricostruisce il suo borgo dell'anima
di  Redazione
2 mesi fa - 5 Agosto 2021

C’era una volta Joffredo. Lo scriviamo con la J questo toponimo che deriva dal greco o forse dal signorotto medievale Gotfred. Il borgo di Joffredo era un presepe di case, costruite in vago stile nobiliare a inizio Novecento, orgogliosamente affacciate sulla piazza, fra la chiesa di San Nicola e la montagna.

La conformazione geografica

Da Castello, che conserva le stimmate del borgo medievale, era separato a settentrione dalla località nella quale sorgeva Fontana Raviele. Ciccupagliotta, dal nome dell’antico abitante, e i Virgoli ne segnavano il confine meridionale. Alle spalle della chiesa poche case, fino al molino di mezzo. Poi solo campagna, sapientemente coltivata.

La chiesa è una costruzione lineare risalente al Mille, corredata da una quinta di case. Il Sale & Tabacchi di zia Delia sorgeva sul fiume. Il palazzo del Preside per antonomasia. Il palazzotto di donna Speranza, che ospitò gli sfollati durante la Seconda guerra mondiale e, più tardi villeggianti napoletani, che d’estate venivano a godere la salubrità del clima; fu sede del Bar dei giovani col campo di bocce nel giardino.

C’era una volta Joffredo

Il palazzo con stalla annessa di Innocenzio, antico contadino. Le due palazzine dei Raviele, con il negozio di Anselmo e il panificio di Pasqualino ‘o Lucchero. Dall’altro lato il palazzo Befi, con antico caseificio. Il giardino Zullo, dove si giocava a bocce, era un lembo di terra attaccato al torrente, che ne segnava il confine e portava acqua al mulino.

Il ventre di Joffredo era costituito dalle due cortine. Nel cafè di zia Nannina si giocava a tressette e tocco a birra. Fofò improvvisava le sue gag. Poco distante, Larg’o Parricchiano, dov’era la casa canonica, con don Giorgio Carbone, che ne ha avuto per quasi mezzo secolo la cura d’anime. Più su palazzo Ragucci, appartenuto a don Nicola, avvocato prematuramente scomparso.

Joffredo era una striscia di terra che profumava di pane cotto nel forno a legna e latticini, tutto un brulicare delle voci degli ambulanti e dell’agitazione del bar. Un piccolo mondo antico per una comunità, cementata da riti semplici.

Aneddoti della tradizione orale costituivano il comune patrimonio culturale: il monte Pizzone con le sue grotte e la leggenda del diavolo; le storie del Castello medievale; i racconti dei briganti, gli scontri a fuoco con le forze dell’ordine e la grande complicità della popolazione.

La nuova vita di Joffredo

Vent’anni fa l’alluvione recise violentemente relazioni antiche che si fondevano con legami di parentela in forte solidarietà e affetto; dando, così, una brusca accelerazione alla scomparsa di un mondo destinato a disperdersi con la diaspora delle famiglie che, con la ricostruzione, sono state costrette a seguire sentieri diversi da quelli percorsi dagli avi.

Ora che la piazza è stata ricostruita, Joffredo potrà finalmente rivivere. E non sarà solo per una sera. Venti originali installazioni di Peppe Biancardi racconteranno storia e personaggi di Joffredo. L’inaugurazione è prevista per la serata del 14 agosto prossimo. Nell’occasione si discuterà di spopolamento e sviluppo sostenibile con esperti del settore. Dal dibattito potranno emergere lungimiranti idee per il definitivo rilancio dell’antico borgo.

Massimo Zullo

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