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Cervinara: l’Unità pastorale che non c’è

di  Redazione
6 mesi fa - 24 Marzo 2021

Cervinara: l’Unità pastorale che non c’è. L’Unità Pastorale cervinarese finora non ha portato nella Chiesa, non per colpa dell’epidemia del coronavirus, alcuno dei benefici annunciati né ha colmato qualcuna delle carenze lamentate dai parrocchiani.

Allora fece molto rumore la rimozione dei quattro sacerdoti dai rispettivi benefici parrocchiali, che si tentò di giustificare con il nobile proposito di costituire la prima Unità Pastorale della Diocesi. Senza riuscire, però, a cancellare dalla testa di molti cervinaresi la sensazione che si trattasse di una sorta di repulisti generale per tensioni esistenti nel clero, amplificate a dismisura senza motivo.

Così l’Arcivescovo Felice Accrocca dispose a favore di don Renato Trapani, nominato parroco unico, l’affidamento delle sei parrocchie, da non confondersi con l’Unità Pastorale. Essa è istituto nuovo che, nelle intenzioni della Chiesa, è una risposta organica alla crisi della parrocchia tridentina organizzata attorno alla figura del parroco.

L’Unità Pastorale è destinata a unire, in una forma di comunione, le parrocchie piccole che devono essere ravvivate e responsabilizzate per continuare la propria attività. Così l’integrazione salva dalla soppressione le parrocchie piccole.

Le scelte del Vescovo

Sua Eccellenza Felice Accrocca -Presule di elevato livello culturale- ha fatto, però, una scelta diversa che non appare proprio coerente con la finalità dell’Unità Pastorale. Diverse scelte prestano il fianco a rilievi.

Parlare di tutte sarebbe un discorso lungo. A limitare le osservazioni, però, non si può non partire dalla constatazione che le sei parrocchie di fatto sono state cancellate e ne è stata salvata soltanto la personalità giuridica.

Per contro è stata eliminata la figura del parroco, privando così ogni parrocchia del titolare della pastorale ordinaria dal momento che le une e le altre sono riunite in un’unica indistinta realtà nelle mani dello stesso parroco.

Al parroco unico corrisponde, inoltre, per le sei parrocchie la medesima pastorale che, perciò, non ha bisogno di essere ricercata dall’azione congiunta di sacerdoti, laici e fedeli di ogni parrocchia partecipe della Unità Pastorale.

Parrocchie destinate a scomparire

Così le parrocchie piccole sono destinate non solo a scomparire con il tempo, ma anche a perdere l’identità che si sono costruita nel corso di secoli insieme alla rete di rapporti umani, che sono un patrimonio di eredità autentica, meritevole di essere conservato.

A completare le criticità si devono aggiungere agli effetti delle scelte opinabili, i vantaggi ignorati che offre la morfologia del paese, per la quale le sei realtà parrocchiali, per affinità e contiguità territoriale, ben si prestano a essere assegnate ai tre sacerdoti in ragione di due a testa, senza rischi di stravolgimenti né di rigetto.

Fu questa la soluzione sperimentata dall’Arcivescovo Andrea Mugione che, per compensare in qualche misura la mancanza di sacerdoti, affidò le parrocchie di S. Nicola e di S. Maria a don Giovanni Panichella ed ottenne un bel successo con l’operazione.

Che forse aveva intenzione di replicare per le altre due coppie di parrocchie confinanti: S. Adiutore e S. Marciano da un lato; S. Gennaro e S. Potito dall’altro. Mons. Accrocca, però, succeduto a Mugione, ha fatto una scelta diversa.

Scelta che non ha portato, in questi tredici mesi di prima applicazione, alcun beneficio ai fedeli, che soffrono, rispetto al passato, un ridimensionamento delle celebrazioni liturgiche che fa coppia con la rara presenza del sacerdote in chiesa.

Grave latitanza

La latitanza è grave, ma per fortuna non è imposta da uno stato di necessità e, volendo, può essere agevolmente colmata con soddisfazione, anzitutto, della comunità, che si ritiene in qualche modo trascurata e tradita e si sente conseguentemente frustrata.

Né si può escludere, d’altra parte, che un eventuale ripensamento in tal senso non incontri il gradimento degli stessi sacerdoti, costretti a correre, con affanno, da una chiesa all’altra per garantire le Messe di orario e un minimo di presenza in ogni comunità.

Dove il celebrante di turno compare puntualmente all’ora stabilita e si dilegua, poi, velocemente all’ite missa est per onorare altri appuntamenti. Si può cambiare? Certamente! La scelta, però, tocca all’Arcivescovo, alla cui riflessione affido questa nota per il dovere che tocca anche a me, parrocchiano della chiesa di S. Gennaro, di aiutare il Suo Ministero.

Alfredo Marro

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