Cervinara: mai così connessi. Mai così irreperibili
Cervinara: mai così connessi. Mai così irreperibili. C’è una domanda che raramente ci poniamo quando osserviamo un adolescente chino sul proprio smartphone.Non è: “Cosa sta guardando?”La vera domanda è: “Da cosa sta scappando?”
Quando pensiamo alla dipendenza da smartphone immaginiamo spesso una cattiva abitudine, una perdita di tempo, una distrazione.Ma osservando Ker ci siamo accorti che la questione è molto più profonda.
Ker è un ragazzo riservato, timido, discreto.La sua voce si sente poco, i suoi pensieri ancora meno.Eppure esiste un luogo in cui Ker sembra sentirsi completamente a proprio agio.Non è la scuola, non è la comunità, non è il paese che lo ospita: è il suo telefono.
Per molti adulti lo smartphone è uno strumento, per molti adolescenti è diventato un luogo: un luogo in cui rifugiarsi, un luogo in cui sparire, un luogo in cui costruire una seconda esistenza quando quella reale appare troppo complessa.
Ed è qui che la storia di Ker smette di riguardare soltanto lui, perché il suo “meta-mondo” non è diverso da quello che milioni di giovani costruiscono ogni giorno.
Un mondo in cui si può scegliere cosa mostrare, cosa nascondere, chi essere.Un mondo senza imbarazzi, senza silenzi, senza il rischio del rifiuto. E allora la domanda riguarda anche Cervinara, riguarda le nostre famiglie, i nostri figli, riguarda tutti noi.
Perché per la prima volta nella storia dell’umanità non abbiamo dovuto insegnare ai giovani come entrare nel mondo.
Dobbiamo insegnare loro come uscirne.
I telefoni ci promettevano connessioni, eppure sempre più spesso troviamo ragazzi soli in mezzo a centinaia di contatti.Ci promettevano vicinanza, eppure assistiamo a tavolate intere a cui nessuno si guarda negli occhi.
Ci promettevano libertà, eppure molti adolescenti sembrano incapaci di restare da soli con i propri pensieri per più di qualche minuto.
Forse Ker non è il protagonista di una storia sull’immigrazione, ma è il protagonista di una storia sul nostro tempo.
Un tempo in cui abbiamo messo il mondo dentro uno schermo e lentamente abbiamo dimenticato come abitare quello reale.Il problema non è quanto tempo trascorriamo davanti a uno schermo, il problema è quanti pezzi della nostra vita abbiamo deciso di trasferirci dentro.
Ker ci ricorda una verità scomoda: non sempre chi si allontana lo fa prendendo una nave o attraversando una frontiera.
A volte basta abbassare lo sguardo, aprire un’applicazione e sparire.
La sfida educativa più grande del nostro tempo, allora, è ricordare ai ragazzi che essere connessi non significa necessariamente essere presenti, che avere il mondo a portata di mano non equivale ad abitarlo e che, mentre impariamo a raggiungere ogni angolo del pianeta attraverso uno schermo, rischiamo di perdere ciò che abbiamo proprio davanti agli occhi. Perché nessun mondo virtuale, per quanto perfetto, potrà sostituire la bellezza imperfetta di una vita vissuta davvero.