Moiano: davanti alla legge e al rubinetto. Che cosa resta da fare per non consegnare l’acquedotto

Nel pomeriggio è fissato il consiglio comunale

Redazione
Moiano: davanti alla legge e al rubinetto. Che cosa resta da fare per non consegnare l’acquedotto

Moiano: davanti alla legge e al rubinetto. Che cosa resta da fare  per non consegnare l’acquedotto. ( di Giacomo Porrino)

Nel suo Davanti alla legge, Kafka racconta la vicenda di un uomo di campagna che passa l’intera vita seduto accanto a una porta aperta. Aspetta che il guardiano gli conceda di entrare.

Quando è ormai prossimo alla fine scopre che quella porta era destinata soltanto a lui, e che adesso il guardiano la chiude. Non c’è racconto più adatto per descrivere quello che sta accadendo a Moiano. Con una differenza, beninteso: l’uomo di Kafka almeno aspettava. Qui si rischia di non accorgersi nemmeno che la porta esiste.

Riepiloghiamo, per i distratti e per quelli che lo saranno comunque.

Il 23 settembre il Presidente della Regione ha firmato il decreto n. 71. Con cui affida a Sannio Acque la gestione del servizio idrico di tutti i Comuni del Sannio, per ben ventisette anni.

Sannio Acque è una società mista: per il 55% pubblica, per il 45% di Acea. Come dire un vegetariano che mangia la bistecca soltanto la domenica. La parte pubblica, peraltro, è oggi in mano a tre Comuni in tutto, per circa seimila abitanti.

Il piano economico ne prevedeva centosessantunomila. Dettagli, si dirà. Come il fatto che un ponte progettato per i camion sia stato collaudato con una bicicletta.

Il 6 ottobre l’Ente Idrico Campano (EIC) ha precisato che l’affidamento riguarda tutti i Comuni dell’ambito, soci o non soci. L’8 ottobre Sannio Acque ha annunciato i sopralluoghi a Moiano dal prossimo 20 ottobre, ore 8:30, con l’elenco di quello che intende ispezionare. Sorgenti, pozzi, serbatoi, reti, fogne, perfino l’anagrafe delle utenze. Manca solo l’inventario delle nostre borracce.

Il Sindaco ha reagito con una nota in cui si dichiara che il Comune «non ha aderito né intende aderire». Ecco, il primo equivoco da sgombrare sta tutto qui.

Ennio Flaiano, com’è noto, diceva che la situazione è grave ma non è seria.

A Moiano siamo riusciti a renderla seria senza che nessuno si accorgesse di quanto fosse grave. E allora, senza sconti per nessuno, ecco che cosa resta da fare. Se davvero si vuole difendere l’acquedotto, e non soltanto la propria faccia davanti all’acquedotto.

Primo. Smettere di confondere il rifiuto con la difesa. Dire «non aderiamo» significa non comprare quote della società. Benissimo, ma secondo l’Ente Idrico il servizio passa comunque, che il Comune sia socio o no.

È come dichiarare con fierezza di non voler salire su un treno mentre il treno ci sta già passando sopra. Il rischio è il peggiore possibile: perdere l’acquedotto e restare anche senza una sedia al tavolo dove si decide.

Chi continua a ripetere quella formula come un rosario dovrebbe sapere che le giaculatorie, in diritto amministrativo, hanno valore probatorio scarso.

Secondo. Bussare alla porta di Kafka, adesso. La legge nazionale prevede un gestore unico per ogni ambito, ma conosce due eccezioni.

La prima riguarda i comuni montani sotto i mille abitanti, e Moiano, con i suoi quattromila e rotti, ne è fuori. La seconda è la cosiddetta gestione autonoma salvaguardata, prevista dall’art. 147, comma 2-bis, lettera b, del Codice dell’ambiente. Richiede tre requisiti insieme:

1. fonti di qualità pregiata;

2. sorgenti dentro un parco, un’area protetta o un sito tutelato come bene paesaggistico;

3. un uso efficiente della risorsa e la tutela del corpo idrico.

Il Taburno, come molti sapranno, ricade nel Parco regionale Taburno-Camposauro. Il termine del 1° luglio 2022, che molti agitano come una lapide, non è perentorio: lo ha stabilito il TAR Toscana con la sentenza 633/2025 sul caso di Lucca. La porta, dunque, è ancora socchiusa.

Ma per varcarla serve una domanda formale all’Ente Idrico, protocollata e corredata da un dossier tecnico serio.

Il dossier deve contenere le analisi storiche delle fonti, il perimetro esatto delle captazioni rispetto ai confini del parco, i dati sulle perdite di rete e gli interventi eseguiti. Non un comunicato stampa, non un post indignato, non un’intervista al bar della piazza. Carte.

Terzo. Aprire l’archivio comunale prima della bocca. Bisogna sapere se, negli anni in cui la legge lo consentiva senza affanni, qualcuno abbia mai presentato quella domanda.

Se la risposta è sì, va ritrovata e riattivata. Se la risposta è no, sarà interessante capire perché, e chi fosse distratto in quel momento. Senza caccia alle streghe, si badi: soltanto per evitare di ripetere la stessa distrazione con un’aggravante.

Quarto. Un avvocato vero, e subito. Contro il decreto regionale è ammesso ricorso al TAR entro sessanta giorni dalla pubblicazione.

La data va verificata sul Bollettino Ufficiale della Regione, ma la finestra si chiude presumibilmente verso la fine di novembre. Serve un avvocato amministrativista che conosca la materia del servizio idrico.

Non il cugino che ha fatto una causa di condominio, non l’amico che «se ne intende». Occorre un mandato formale del Consiglio comunale, con le risorse che servono. Un ricorso preparato male è peggio di nessun ricorso, perché consegna alla controparte una sentenza da esibire.

Quinto. Il 20 ottobre, né barricate né zerbini. Rifiutare l’accesso ai sopralluoghi sarebbe un gesto molto gratificante per l’ego e molto utile alla Regione. Le offrirebbe il pretesto per nominare un commissario, con le spese a carico del Comune, cioè nostre.

Spalancare tutto con zelo da cameriere sarebbe altrettanto sciocco. La via è una sola, meno spettacolare e più efficace: presenti, con i tecnici comunali, facendo mettere a verbale che la presenza non vale come assenso e che il Comune si riserva ogni azione. Si consegna soltanto ciò che è dovuto e si chiede copia di tutto, ogni foglio e ogni verbale.

Sesto. L’ordinanza del 16 ottobre: chiarire tutto, e in fretta. A tre giorni dal Consiglio comunale aperto, il Sindaco ha vietato l’uso potabile dell’acqua di rete. Le analisi su tre fontane hanno dato esito di non conformità microbiologica.

Un tempismo decisamente sfortunato. Non vuol dire che l’acquedotto sia gestito male: una contaminazione puntuale della rete non è una sorgente compromessa. Ma chi chiede di continuare a gestire da sé l’acqua deve dimostrare efficienza e qualità, perché sono requisiti di legge.

Dunque servono le analisi pubbliche, la causa individuata, il rimedio eseguito e una revoca documentata. Lasciarla indefinita e senza conseguenze sarebbe un omaggio involontario proprio alle ambizioni di Sannio Acque.

Settimo. Mostrare i conti, tutti. Se la gestione comunale è davvero migliore, lo si dimostri con i numeri. Quanto costa il servizio, quanto incassa, quanta acqua si perde per strada, quali investimenti sono stati fatti e quali mancano.

E poi come sono cambiate le tariffe negli ultimi anni. Una difesa che si regge sul «da noi è sempre andato tutto bene» è una difesa di cartapesta. Basta una pioggia, o un’analisi, per scioglierla.

Ottavo. Smettere di fare i solisti. Moiano non è sola. Ceppaloni ha già scritto alla Regione con quindici domande precise. La Corte dei conti ha bocciato più volte le delibere di adesione, l’ultima quella di Benevento il 24 settembre.

Ci sono comitati che seguono la vicenda da anni. Fare fronte comune significa dividere le spese legali, sommare gli argomenti e pesare di più ai tavoli che contano. Isolarsi per orgoglio campanilistico significa offrire alla controparte il piacere di vincere una partita alla volta.

Nono. Un Consiglio comunale che deliberi, non che declami. La seduta aperta di lunedì 19 ottobre non dev’essere una passerella. Niente cerimonia di dichiarazioni solenni recitate con la voce grave di chi sa già che non seguirà nulla.

Servono atti: una delibera che impegni il Comune sulla domanda di salvaguardia, sull’incarico legale, sulle modalità del sopralluogo e sulla trasparenza dei dati. Maggioranza e minoranza, per una volta, provino a firmare la stessa cosa.

L’acqua non ha colore politico, anche se molti, temo, sarebbero disposti a tingerla pur di finire in fotografia.

Decimo. I cittadini, sì, proprio voi. Partecipare alla seduta, chiedere, pretendere risposte scritte. Seguire le scadenze, perché chi difende un bene comune deve conoscerlo, e chi lo conosce sa anche contare i giorni.

Prevedo con ragionevole certezza che i tanti Santi Giuliani di queste contrade scopriranno da domani un’improvvisa vocazione idraulica, salvo eclissarsi alla prima richiesta di impegno vero. Pazienza, li conosciamo. Gli altri, i pochi, sono quelli che servono.

Undicesimo. Il piano B, quello che nessuno vuole sentire. Se la salvaguardia fosse negata e il ricorso respinto, bisognerà decidere se entrare nella società per avere almeno voce in capitolo. È una prospettiva amara come l’acqua clorata, lo so.

Ma va valutata adesso, a mente fredda, non subita tra sei mesi con il commissario alla porta. La dignità non consiste nel rifiutare ogni compromesso. Consiste nel non farsi sorprendere senza averne previsto nessuno.

Orazio si chiedeva a che cosa servano le leggi senza i costumi. Ecco, il problema è precisamente questo. Le leggi, piaccia o no, sono già scritte, e pendono dalla parte del gestore unico.

I costumi, invece, sono ancora tutti da scrivere. Una comunità può difendere il proprio acquedotto soltanto se dimostra di saperlo custodire meglio di chiunque altro: con le carte, con i numeri, con la presenza, con le date segnate sul calendario.

L’uomo di Kafka è morto davanti a una porta aperta, aspettando un permesso che nessuno gli avrebbe mai negato. A Moiano la porta è ancora socchiusa e il guardiano non ha ancora girato la chiave. Ci resta pochissimo tempo per decidere se varcarla o se restare seduti sullo sgabello a lamentarci della corrente d’aria.

E se poi, alla fine, l’acqua dovesse finire nelle mani di qualcun altro, almeno non si potrà dire che non ce l’avevano detto. Lo sapevamo. Ma avevamo soltanto sete d’altro.

Giacomo Porrino

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