Moiano. Non aderiamo, ci aderiranno. Prendi l’acqua e scappa, atto secondo
Una vicenda piena di colpi di scena
Moiano. Non aderiamo, ci aderiranno. Prendi l’acqua e scappa, atto secondo ( di Giacomo Porrino) . Correva l’anno 97 dopo Cristo, quando Sesto Giulio Frontino fu nominato curator aquarum di Roma.
Non era un poeta condominiale né un influencer della cosa pubblica, era un uomo afflitto dal curioso vizio di contare. Contava le condotte, misurava le portate, smascherava gli aquarii infedeli e gli allacci abusivi, e di tutto questo diede conto in un rapporto, il De aquaeductu urbis Romae, che ancora oggi si legge con curiosità e profitto, per chi lo legge.
A un certo punto, preso da un comprensibile orgoglio tecnico, Frontino si concede una piccola soddisfazione: «Tot aquarum tam multis necessariis molibus pyramidas videlicet otiosas compares». Con tante opere necessarie per tante acque, paragona pure, se ti riesce, le piramidi oziose.
Le piramidi oziose, appunto. Da queste parti qualcuno potrebbe aversene a male, ma tant’è.
Diciannove secoli e qualche spicciolo dopo, il pomeriggio del 19 ottobre 2026, il Consiglio comunale di Moiano si è riunito in seduta aperta per parlare d’acqua.
Non molti i presenti, data l’importanza della discussione, forse sarebbe stato più opportuno una convocazione che permettesse la partecipazione di quanti alle 15:00 erano di fatto impediti da impegni.
In ogni caso, due ore abbondanti di parole, che chi scrive ha ascoltato con la pazienza dei certosini e lo stomaco dei palombari. Ne è venuto fuori un trattato di segno esattamente opposto a quello di Frontino. In quel tempo si contavano le condotte, oggi si contano le versioni e i commi.
Ha aperto il sindaco, che di professione fa l’avvocato e che ha esordito lamentando come la discussione sull’acqua si stesse trasformando in un tribunale, e quanto sia sgradevole sentir parlare di leggi persone che fanno tutt’altro mestiere.
Dopodiché, con impeccabile coerenza, ha tenuto per tre quarti d’ora una lezione di diritto amministrativo: testo unico ambientale, articolo 147 comma 2-bis, Consiglio di Stato, Corte dei Conti, statuti societari, poteri sostitutivi, pareri obbligatori ma non vincolanti.
Si è anche scusato di dover parlare in termini giuridici, mentre lo faceva.
La lezione, a dire il vero, è stata istruttiva. Non nel senso inteso dal docente, beninteso. Perché nel tentativo di spiegare che Moiano non aderirà mai a Sannio Acque, il sindaco ha elencato con scrupolo notarile tutte le ragioni per cui Moiano non potrà sottrarvisi.
La tanto auspicata e richiesta salvaguardia della gestione autonoma? Impossibile. I pozzi non hanno un titolo di concessione, il Comune è un «possessore di fatto», come chi fa un incidente con la macchina senza libretto: l’immagine è sua, e gliene va dato atto.
I nitrati sono sopra la soglia della cosiddetta acqua pregiata. Le perdite della rete non si riescono nemmeno a quantificare, perché sono occulte e perché i contatori sono quelli che sono. La fascia di rispetto di duecento metri intorno ai pozzi non esiste, ci sono case, orti e quel che segue. Per la fognatura incompleta, ha ricordato, lo Stato italiano ha perfino pagato sanzioni europee.
Ogni requisito di legge è stato annunciato, esaminato e seppellito, con la meticolosità di chi redige un inventario. Peccato fosse l’inventario della propria resa.
E qui viene il bello, o il brutto, dipende da quanta acqua si ha ancora in casa.
Rispondendo a una cittadina che chiedeva, in buona fede e con logica disarmante, se per caso a Moiano non convenisse a questo punto entrare da soci nella governance di Sannio Acque, il sindaco ha ammesso che il piano economico-finanziario della società, letto da avvocato, «sulla carta è una cosa buona». Tariffe potenzialmente più basse, più investimenti, perché i capitali li mette il socio privato.
E allora perché no? Perché, ha spiegato, se nella sua qualità di sindaco decidesse di aderire i malevoli direbbero che lo avrebbe fatto per seguire interessi privati, sistemare qualcuno, o chissà cos’altro. «Preferisco andare a casa piuttosto che partecipare». Lapidario.
Fermiamoci un istante. Il primo cittadino di un comune dichiara pubblicamente che una scelta di questa portata non discende da un giudizio di merito, ma dal timore di ciò che si dirà di lui. Non l’interesse della comunità, ma l’alibi preventivo.
Non la politica di una fondamentale risorsa pubblica come l’acqua, ma la cosmesi della reputazione. È un’onestà che lascia senza fiato, davvero, come certe confessioni che si fanno in momenti di imprevedibile intimità. Ed è anche, a ben vedere, il manifesto involontario di un’epoca in cui si governa per non essere accusati, non per decidere.
Il bene comune ridotto a gestione del rischio personale. Io mi permetto solo di suggerire un compromesso equilibrato e che permetterebbe di salvaguardare entrambe le istanze: la tutela della onorabilità del primo cittadino e la tutela dell’interesse pubblico.
Basterebbe dimettersi, molto semplicemente questo. Esiste l’istituto delle dimissioni e non sempre assume una connotazione negativa. Dal momento che è stato dichiarato come un futuro sindaco potrebbe assumere una decisione differente, dando la necessaria priorità all’interesse pubblico, perché mai non rendere più rapido il processo di avvicendamento evitando di perdere altro tempo prezioso?
È una proposta, tecnica più che politica. Invece il sindaco ha chiesto ai cittadini «un sacrificio» fino alle elezioni del 2029. E il sacrificio, peraltro, resta curiosamente indeterminato quanto all’oggetto: non si capisce se debba immolarsi la comunità, l’acquedotto o la pazienza di chi ascolta.
Probabilmente tutti e tre, in ordine sparso.
E il danno? Anche quello è stato ammesso, con una franchezza che meriterebbe miglior causa. Se Sannio Acque raggiungerà la soglia di abitanti prevista dallo statuto, Moiano entrerà comunque, per mano del commissario, e senza alcun rappresentante nell’assemblea dei sindaci.
Fuori dalla porta come socio, dentro dalla finestra come utente. Non aderiamo, ci aderiranno. Un interlocutore ha osservato che l’unico risultato tangibile sarebbe quello di non essersi esposti. Il sindaco ha replicato che no, il risultato è che Moiano «non conterà».
Come argomento a proprio favore, va detto, non è dei più riusciti. Può accadere, purtroppo nel momento sbagliato.
I consiglieri, dal canto loro, hanno offerto lo spettacolo commovente dell’unanimità. Maggioranza e minoranza, tutti contrari, tutti per l’acqua pubblica, tutti a ribadire, confermare, associarsi. «Prima di essere consigliere sono cittadino», ha detto uno di loro. Molto bello.
Ma disgraziatamente il consiglio comunale esiste precisamente per le cose che i cittadini, da soli, non possono fare.
E infatti il ricorso al TAR contro il decreto regionale il Comune non lo presenterà, perché gli uffici — è stato dichiarato dal Sindaco — non ne vedono i presupposti. Lo faranno, forse, i consiglieri.
Da privati. Di tasca propria. Con un contributo dei cittadini, si è sentito proporre, qualcuno ha ipotizzato fino a cinquanta euro a testa. In una sola sera si è passati dalla bolletta alla colletta.
Resta la strategia consegnata dal sindaco ai presenti: «fate in modo che gli altri comuni non aderiscano, solo così muore la cosa».
La diplomazia intercomunale affidata al passaparola. Il sindaco chiede ai cittadini di convincere i sindaci. Montesquieu, che di separazione dei poteri qualcosa capiva, non aveva previsto la loro inversione.
Intanto, per la mattina seguente (cioè ieri), Sannio Acque aveva annunciato la sua ricognizione della rete. Non diventano gestori, ci è stato spiegato, vengono solo a dare un’occhiata. Come il perito che gira per le stanze prima dell’asta: la casa non è ancora sua, ma intanto prende le misure.
Frontino sapeva quanta acqua entrava a Roma e quanta ne arrivava alle fontane, e sapeva chi la rubava lungo il tragitto. A Moiano, per ammissione del primo cittadino, non si sa quanta se ne perda tra il pozzo e il rubinetto, né con quale titolo la si estragga.
Non si sa per quale ragione un’acqua che storicamente è sempre stata pregiata nelle sue innumerevoli sorgive sia nel tempo diventata mediocre. Non si conoscono i vettori di inquinamento di queste acque, le ragioni che lo determinano, quando e perché.
Forse in oltre dieci anni lo si sarebbe potuto sapere. E se le previsioni dello stesso sindaco sono corrette, per la prima volta nella sua storia questo paese perderà la gestione del proprio acquedotto senza che nessuno l’abbia votato, senza che nessuno l’abbia firmato, con la contrarietà unanime e solennemente dichiarata di tutti.
Un capolavoro di irresponsabilità collettiva: nessun colpevole, tutti innocenti, l’acquedotto altrove.
Che cosa accadrà prossimamente? Malgrado le previsioni abborracciate prevedo che infine il numero dei comuni che magicamente aderiranno a Sannio Acque sarà sufficiente per giustificare la convenzione tra EIC (Ente Idrico Campania) e la società Sannio Acque.
Naturalmente mi attendo di essere smentito e ne sarei non poco gratificato. Tra l’altro il sindaco, ha opportunamente rilevato, condividendo un suo parere, il vizio formale con cui la società è stata allestita, non rispondendo ad alcuni requisiti necessari.
Argomento questo di un certo interesse. Ma anche qui, nel caso ciò fosse effettivamente rilevato, chi dovrebbe procedere alle conseguenti azioni legali di tutela, il Comune o ancora i soliti cittadini in ordine sparso e senza quell’indispensabile peso politico che solo un ente comunale può e deve garantire?
L’acqua, intanto, non è stata interpellata. Scorre, perde, filtra tra fasce di rispetto che non esistono e aspetta il commissario. Essa, almeno, non ha cambiato versione e malgrado i nitrati ha sempre lo stesso volto.