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Cultura

Odio on line contro Silvia Romano? Non dipende solo dai social media

di  Il Caudino  -  13 Maggio 2020

Odio on line contro Silvia Romano? Non dipende solo dai social media.

Riportiamo una interessante riflessione di Mario Tirino, Post-Doc Researcher Department of Political and Social Studies – Università di Salerno.

La liberazione di Silvia Romano, volontaria italiana rapita in Kenya nel novembre 2018 per mano del gruppo Al Shaabab, è stata accompagnata in Italia da manifestazioni d’odio che, per quanto limitate, hanno colpito per il tasso di crudeltà, violenza verbale e acrimonia.

Il principale palcoscenico per gli odiatori italiani sono stati i social media. Ma perché i social diventano così spesso territorio di inquietanti attacchi caratterizzati da violenza verbale, denigrazione, umiliazione e negazione dell’Altro?

Media

Un buon punto di partenza per rispondere a questa domanda è sgombrare il campo da ogni forma di determinismo tecnologico: non esiste alcuna evidenza che sia il mezzo a favorire atteggiamenti e comportamenti violenti. Ciononostante, sarebbe bene iniziare a comprendere più in profondità come funzionano i social media da un punto di vista socioculturale.

Ciò comporta uno sforzo da parte dei non addetti ai lavori, nel tentativo di ampliare il modo di concepire i mezzi di comunicazione digitali. In termini più chiari, è ora di convincersi che i media digitali non vanno più compresi esclusivamente come sistemi linguistico-espressivi e tanto meno come supporti, canali, veicoli di distribuzione di contenuti. Come insegna Richard Grusin, i media digitali sono innanzitutto ambienti affettivi. Un concetto, quest’ultimo, apparentemente ostico. Possiamo, però, affidarci alla nostra esperienza mediale quotidiana.

Ondate emozionali

Su Facebook, Instagram, Tik Tok e altri ambienti social la comunicazione procede per ondate emozionali, generate attraverso un processo in cui la mediazione e l’affezione sono indistinguibili. L’affettività pervade ogni mediazione: in questo senso i social sono ambienti in cui i messaggi sono essi stessi “immersi” in questo bagno emotivo. Naturalmente, il registro emozionale può essere vario: celebrativo, ludico-parodico, nostalgico, critico, eversivo e così via.

In questo senso, le manifestazioni d’odio trovano nei social un territorio favorevole, poiché la loro eco si avvantaggia di alcuni processi mediali. Stefano Pasta, nel suo Razzismi 2.0, ha illustrato alcune di queste dinamiche: la velocità di risposta, con cui reagiamo alla sovrabbondanza di stimoli e informazioni, ricorrendo prevalentemente alla dimensione emotiva; la banalizzazione, spesso ironica, di eventi e questioni sociali, come la Shoah, il Nazifascismo, i femminicidi, le migrazioni, la diversità etnica, religiosa e di genere; il presunto anonimato, che favorisce, dietro lo schermo di fittizie identità, prese di posizione radicali ed estreme, spesso condite da offese, intimidazioni, insulti, contumelie; la viralità, che tende a premiare i contenuti più impattanti, che sono anche i più facilmente condivisibili e disseminabili attraverso tutte le piattaforme, con pubblici diversi (via WhatsApp, Messenger, ma anche sulle bacheche di pagine, profili e gruppi di Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok e così via), arrivando spesso a “contagiare” i media mainstream.

“Arginare il fenomeno”

In ambienti affettivi caratterizzati da questi processi mediali la propagazione dell’odio è facilitata dalle poche e fragili difese della comunità civile. Quali strategie possiamo predisporre per arginare un fenomeno così preoccupante per la tenuta stessa delle istituzioni democratiche, nonché per la convivenza civile, nel nostro Paese?

Naturalmente, non esistono ricette facili, né sarebbe questo il luogo per analisi elaborate. Tuttavia, qualche linea d’azione possiamo provare a contemplarla.

In primo luogo, le Istituzioni hanno il dovere di organizzare una risposta legislativa, che responsabilizzi le piattaforme rispetto ai contenuti pubblicati dagli utenti. I colossi mediali digitali massimizzano i profitti attraverso la produzione e la disseminazione di messaggi altamente coinvolgenti, che coinvolgono gli utenti in flame, lunghe conversazioni e, talora, nella realizzazione di materiale originale, come meme e GIF. Si tratta di un discorso che può rivelarsi scivoloso, per i rischi di censura che presenta.

Commenti politicamente sgraditi, che di per sé non sono minacciosi o ingiuriosi, potrebbero essere cancellati da piattaforme politicamente schierate, oppure che tendono ad assumere posizioni filo-governative, per accaparrarsi vantaggi e benefici dalle compagini politiche di maggioranza. Purtuttavia, questo è un rischio che bisogna correre. Legiferare in maniera illuminata, individuando le fattispecie in cui i post sui social configurano specifici reati, è un’opzione da percorrere con convinzione, finora poca o per nulla praticata dai governi nazionali e dalla Comunità Europea, che pure sono stati investiti in più occasioni del problema. Quest’azione normativa è indispensabile anche per una diffusa consapevolezza degli spazi digitali come ambienti sociali, dove occorre assumere la piena responsabilità delle parole dette e scritte. Bisogna eliminare quel retaggio, tuttora vivo in alcune fasce di utenti, di una visione ormai arcaica e superata del Web, concepito come realtà “virtuale”, in cui il navigatore, completamente deresponsabilizzato, può dar sfogo alle sue pulsioni più estreme e radicali.

Strategia Educativa

Una seconda strategia quantomai necessaria è la progettazione di una massiccia strategia educativa. In qualità di membro del progetto Erasmus+ “Teseo – Arianna’s Strands in the Digital Age”, sviluppato dalle Università di Salerno, Barcellona, Lisbona, Montpellier e da altri partner europei, ho avuto l’opportunità di constatare quanto sia urgente elaborare progetti di media literacy e media education, soprattutto per la Generazione Z. L’educazione con e attraverso i media prevede una conoscenza dei complessi fattori tecnologici, culturali, sociali che modellano la nostra comunicazione online e offline. Essere educati a un uso consapevole dei media significa acquisire una formazione completa, fondata sull’equa distribuzione di possibilità di accesso alla produzione e alla fruizione di contenuti, sulla responsabilità in ogni atto comunicativo, sulla conoscenza delle tecnologie hardware e software, sulla condivisione di spazi comuni sulla base dell’introiezione di regole e procedure, sullo sviluppo di uno sguardo critico e analitico. Si tratta di una questione – quella della media education diffusa – non più eludibile. Purtroppo, la diffusione, piuttosto superficiale, della nozione di “nativi digitali” ha instillato la convinzione in molti che, per i nati dal 1995 in poi, non servisse alcuna particolare attività di formazione ed educazione all’uso dei media. Nulla di più sbagliato. Ma anche se l’emergenza media-educativa investe principalmente pre-adolescenti e adolescenti, la necessità di diffondere modelli consapevoli di uso dei media riguarda tutti noi. Un’interessante iniziativa sviluppata in questo senso è “Parole O_stili”, che con un insieme di azioni invita i cittadini-utenti mediali a una scelta accurata delle parole da usare in Rete (e anche offline), interrogandosi su quelle che potrebbero influenzare negativamente la comunicazione, aggredendo in qualche modo gli interlocutori.

In terzo luogo, un’ulteriore strategia di contrasto all’odio online riguarda la dimensione politica e sociale. È del tutto evidente che il clima d’odio veicolato dai social sia fomentato da alcune forze politiche, per lo più afferenti alla cosiddetta area sovranista, interessate a capitalizzare i consensi polarizzando i sostenitori intorno a soggetti e figure, pubbliche e private, da offendere, denigrare, insultare, umiliare. In un articolo pubblicato oggi sul Foglio, Guido Vitiello ha parlato di una “sindrome di Joker”, rispetto alla “compulsione a imbrattare e a degradare ogni immagine che sia considerata virtuosa da una parte dell’opinione pubblica, quasi che l’emergere di un esempio di purezza fosse un oltraggio intollerabile, da ricacciare il più presto nella generale lordura”. Vitiello accenna ai casi di Greta Thunberg, Carola Rackete e Silvia Romano, ma si potrebbero aggiungere decine di casi di personaggi pubblici, soprattutto di sesso femminile, bersaglio di violentissime campagne d’odio. Il caso dell’ex Presidente della Camera Laura Boldrini, quotidianamente ingiuriata da migliaia di messaggi, spesso ripresi e fomentati dall’area politica sovranista, è emblematico. Esiste, dunque, un’area politica che non solo non ha interesse a combattere fake news, bufale e, più in generale, quelle atmosfere comunicative riconducibili alla post-verità, ma che prova a monetizzare, in termini di consenso, il clima di discriminazione e odio verso simboli politici considerati avversi.

Movimenti populisti

Non va dimenticato, peraltro, che, dall’inizio degli anni Dieci, questa strategia di riconoscimento delle fake news all’interno di un discorso politico ufficiale è stata fortemente sostenuta da movimenti populisti, ufficialmente apolitici, che vi hanno fatto ricorso per campagne d’odio antidemocratiche contro i propri avversari politici. Altrettanto necessario è ricordare come la demonizzazione dell’avversario politico, attraverso massicce campagne di stampa, è una pratica rintracciabile nella tradizione politica italiana: basti pensare alla violenta e duratura contrapposizione tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiana, combattuta spesso con toni accesi. La situazione contemporanea presenta tratti di maggiore gravità, in ragione dell’intensificazione della divulgazione degli attacchi, dell’estrema personalizzazione dell’aggressione politica, che coinvolge non solo personaggi pubblici ma anche simpatizzanti e militanti degli schieramenti avversi, del deliberato uso di notizie false e tendenziose e, infine, delle facilità di propagazione delle campagne d’odio online. Si tratta di un vulnus che può diventare esiziale per le istituzioni democratiche e che va contrastato in ogni modo. La dimensione politica si intreccia con quella sociale. In questo senso, va riconosciuto che l’Italia vive una stagione delicatissima per le sorti della propria democrazia. Ciò accade perché il problema educativo non è circoscritto a una corretta e consapevole relazione con i media, ma, più in generale, riguarda le radici stesse della società civile. Nel nostro Paese l’educazione al rispetto e al riconoscimento dei diritti e delle libertà di donne (dalla libertà sessuale al diritto all’aborto, alla cura dei figli, a un pieno accesso alle carriere lavorative), migranti, minoranze LGBTQia, confessioni religiose, comunità etniche e lavoratori e precari è a rischio. Si tratta di un tema delicato e meritevole di approfondimenti, ma i fattori che stanno intaccando le radici della convivenza civile sono molte e tutte individuabili piuttosto facilmente: l’indebolimento del ruolo educativo della scuola, operato attraverso decenni di tagli lineari all’Istruzione e all’Università; il consenso diffuso a modelli sociali egoistici, basati sul successo effimero, sull’accumulazione di profitti, sulla capacità di eludere ed evadere le tasse, sul disprezzo di ogni forma di istruzione e studio; la crisi delle classi dirigenti; la progressiva marginalizzazione di culture politiche socialiste, democratiche e progressiste e dei rispettivi partiti e movimenti, il cui ruolo di agenzie di educazione intermedie – tra famiglia, scuola e Chiesa – risulta oggi praticamente azzerato; l’incapacità degli organismi collettivi, come l’Ordine dei Giornalisti, di darsi norme rispettate di autoregolamentazione, che penalizzassero e sterilizzassero quegli attacchi lesivi della dignità altrui da parte di testate e singoli giornalisti (che, invece, hanno continuato a operare in forme sempre più estreme e inaccettabili, certi della propria impunità). Quello appena descritto è un elenco provvisorio e non certo esaustivo, ma che intende offrire un quadro almeno generale dell’emergenza educativa italiana.

Come si è cercato brevemente di argomentare, le campagne d’odio in Rete sono la spia di fratture ben più ampie e pericolose, che mettono a rischio la tenuta sociale del nostro Paese. La risposta chiama in causa tutti noi, nessuno escluso, e si basa sullo sforzo inesausto di adottare stili di comportamento rispettosi, consapevoli e responsabili, in ogni contesto e verso chiunque. Ne va del nostro futuro e di quello dei nostri figli.

Mario Tirino
Università di Salerno

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