Quanto dura il diritto di essere amati?

Il culto dell’immagine, la paura di invecchiare e l’amore ridotto a una selezione di corpi.

Redazione
Quanto dura il diritto di essere amati?

Quanto dura il diritto di essere amati?. Vorrei sapere che cosa dovrebbe farsene del tempo una donna alla quale è stato insegnato che il suo valore dipende dalla capacità di non mostrarlo.

Dove dovrebbe nascondere gli anni, le notti senza sonno, i figli avuti o mai avuti, le malattie attraversate, persino la felicità, che intorno agli occhi lascia tracce quanto il dolore.

Vorrei sapere quando abbiamo deciso che vivere fosse accettabile soltanto a condizione di cancellarne le prove.Perché è questo il patto che ci viene proposto: puoi invecchiare, purché non si veda.

Puoi essere te stessa, purché quella te stessa rispetti determinati requisiti. Puoi persino rivendicare la tua libertà, a patto che abbia un viso sufficientemente giovane, un corpo sufficientemente desiderabile e nessuna imperfezione capace di disturbare lo sguardo altrui.Poi abbiamo il coraggio di chiamarla accettazione.

La bellezza è sempre stata un potere. Ha aperto porte, orientato desideri, procurato vantaggi che nessun merito aveva guadagnato. Sarebbe ingenuo attribuire alla nostra epoca l’invenzione di questa ingiustizia.

Ma oggi disponiamo di strumenti capaci di trasformarla in una sorveglianza quotidiana: possiamo guardarci continuamente, confrontarci continuamente, sottoporci continuamente a un giudizio. E il tribunale ce lo portiamo in tasca.

Una fotografia può essere ingrandita fino a far sparire la persona dentro il dettaglio da correggere. Il volto diventa una somma di interventi possibili; il corpo, un progetto che non arriva mai alla consegna.

Si può sempre stringere, riempire, sollevare, levigare. Persino dopo aver raggiunto il risultato desiderato, bisogna difenderlo dal tempo e dalla prossima immagine che ci farà sentire insufficienti.Chi sceglie un intervento può farlo con consapevolezza, per un disagio concreto, per un desiderio che gli appartiene.

Quel corpo gli appartiene, così come la decisione. Sarebbe un’altra forma di prepotenza pretendere di liberare qualcuno imponendogli come deve restare.Ma proprio perché la libertà merita rispetto, occorre domandarsi quanto sia libera una scelta maturata sotto la minaccia di essere scartati.

Quanto appartenga davvero a noi un desiderio che nasce ogni volta nello stesso punto in cui il mercato ci ha appena indicato una mancanza.Ci viene detto: fallo per te stessa. E può essere vero.

Ma chi ha educato lo sguardo con cui quella donna, davanti allo specchio, ha imparato a disprezzarsi? Chi le ha spiegato che le sue labbra erano troppo sottili, che il suo seno doveva sfidare la gravità, che un volto adulto fosse qualcosa da riparare?

La frase “lo faccio per me” merita un mondo nel quale poter essere pronunciata senza che, alle sue spalle, lavori un’intera industria dell’inadeguatezza.La pressione raggiunge anche gli uomini, ai quali vengono richiesti corpi prestanti, capelli resistenti, giovinezze prolungate.

Sulle donne, però, pesa una contraddizione particolarmente feroce: essere desiderabili senza sembrare impegnate a esserlo, curate senza apparire artefatte, mature senza mostrare l’età. Persino la naturalezza è diventata una prestazione, con i suoi costi e le sue regole

.In questo sistema, essere belli offre un privilegio fragile. Si riceve attenzione insieme all’avvertimento che potrebbe essere ritirata. Chi viene scelto soprattutto per il proprio aspetto può finire per abitare il proprio corpo come si abita una casa dalla quale si teme lo sfratto: controllando ogni crepa, chiedendosi quanto tempo resti prima che qualcuno preferisca trasferirsi altrove.È qui che la questione della bellezza diventa una questione d’amore.

Che cosa accade a una relazione quando il criterio che l’ha fondata è destinato a cambiare? Che cosa rimane di due persone che hanno imparato ad ammirarsi senza imparare a conoscersi?

L’attrazione ha una dignità che nessun moralismo dovrebbe negare. Desiderare un volto, una bocca, un corpo appartiene alla vita. Ma conoscere qualcuno richiede di attraversare anche ciò che una fotografia non consegna: il modo in cui affronta una frustrazione, tratta chi non può offrirgli niente, riconosce una colpa, sostiene una conversazione difficile.

Richiede tempo, e il tempo espone alla possibilità di scoprire qualcosa che disturba.L’immagine permette invece un’intimità senza questo rischio. Possiamo desiderare moltissimo qualcuno del quale sappiamo pochissimo, attribuirgli qualità che non abbiamo verificato, innamorarci della promessa contenuta nel suo aspetto e poi rimproverargli di essere una persona diversa da quella che avevamo immaginato

.Quando questa abitudine entra nei rapporti, anche l’altro diventa qualcosa da esibire. La sua bellezza certifica il nostro successo, rassicura il nostro orgoglio, ottiene l’approvazione di chi guarda.

Ci interessa come stiamo insieme e, talvolta ancora di più, come appariamo insieme. Una coppia può produrre immagini convincenti della propria felicità senza riuscire a parlarsi quando il telefono viene posato.

La banalità dell’amore comincia anche qui, nella rinuncia alla curiosità. Nel credere di aver capito una persona perché ci piace guardarla. Nel considerare il suo corpo una ragione sufficiente per avvicinarsi e il suo mondo interiore un impegno facoltativo.

Intanto, l’esposizione continua ad altre possibilità alimenta un sospetto: forse potremmo avere di meglio. Qualcuno di più bello, più giovane, più facile da desiderare. La possibilità di scegliere, preziosa quando permette di uscire da un rapporto infelice, può diventare incapacità di attribuire valore a qualsiasi scelta.

Ogni persona incontrata viene confrontata con una successiva che ancora non esiste e, proprio per questo, non presenta difetti: nessun essere umano può vincere una competizione con una fantasia.Nessuno deve restare dove viene umiliato, trascurato o non desidera più stare.

Ma tra la libertà di andarsene e l’abitudine a consumare gli altri esiste una differenza che riguarda la responsabilità. Una persona non diventa irrilevante quando smette di procurarci la stessa eccitazione dei primi giorni.

Se una relazione finisce, la sua fine non cancella la dignità di chi abbiamo avuto accanto.Questa dignità dovrebbe precedere ogni giudizio estetico, eppure continuiamo a distribuire attenzione come se la bellezza dimostrasse qualcosa anche sul carattere, sull’intelligenza, sul diritto di essere ascoltati.

A chi ci attrae concediamo tempo per spiegarsi; a chi non corrisponde ai nostri gusti, talvolta, non concediamo nemmeno una domanda. Poi definiamo superficiali le persone che abbiamo educato a temere l’invisibilità.

Anche la consolazione secondo cui “la bellezza prima o poi passa” contiene una crudeltà. Sembra quasi una promessa di vendetta: verrà il giorno in cui perderai il vantaggio che possiedi.

Ma un corpo che invecchia non ristabilisce alcuna giustizia. La giustizia comincia quando smettiamo di usare i corpi per stabilire quanto vale chi li abita.E la bellezza cambia in modi che il culto della giovinezza ci impedisce di riconoscere.

Un volto conosciuto per anni acquista significati che uno sconosciuto non potrebbe vedervi. Una piega della bocca può ricordare una risata; una cicatrice, una paura condivisa. Guardare qualcuno con amore significa anche possedere una memoria del suo viso.

Per questo la durata di un legame può trasformare il desiderio: dentro quel corpo si riconosce una storia alla quale si è preso parte.Nessuna storia comune garantisce l’amore, nessuna fedeltà al passato può sostituire la volontà presente.

Ma ridurre tutto al decadimento fisico significa ignorare ciò che, tra due persone, può crescere mentre il corpo cambia.La domanda, allora, riguarda ciò che stiamo costruendo durante gli anni in cui ci preoccupiamo tanto di restare belli.

Quale conoscenza reciproca, quale linguaggio, quale fiducia. Che cosa potrà sostenerci quando avremo meno energie, quando una malattia altererà il nostro aspetto, quando avremo bisogno di essere guardati senza sentirci esaminati.

Vorrei che fosse possibile desiderare la bellezza senza doverle affidare la propria salvezza. Curarsi senza vivere sotto ricatto. Invecchiare senza preparare una difesa. E vorrei che, almeno nell’amore, una persona potesse smettere di chiedersi quanto durerà il proprio diritto a essere scelta.

Perché la domanda più dolorosa, davanti a uno specchio, non è: “Sarò ancora bella?” È: “Quando non lo sarò più ai tuoi occhi, tu saprai ancora chi sono? “.

Sara Francesca

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