Valle Caudina. “Quando la morte si innamorò della vita”

Redazione
Valle Caudina. “Quando la morte si innamorò della vita”
Valle Caudina. "Quando la morte si innamorò della vita"
Valle Caudina. “Quando la morte si innamorò della vita”. Tre lettere tatuate in fondo all’anima. Si scrive DCA: Disturbo del Comportamento Alimentare. Si legge Anoressia Nervosa.

Il cancro dell’anima

Nell’immaginario collettivo, semplice culto della magrezza o, tutt’al più, modus vivendi per aspiranti modelle, attrici, donne dello spettacolo, ballerine. Nella realtà, un cancro all’anima. Una patologia vera e propria, tuttavia ancora oggi scarsamente riconosciuta sul piano scientifico e, ancor meno, morale.
Come se, nella scala dell’umano dolore, fosse meno lecita, meno legittima, meno degna una sofferenza che parte dal cuore per poi riversarsi sul corpo. Un corpo puntualmente macerato, torturato, punito, umiliato, offeso, spinto allo stremo delle proprie possibilità, affinché possa gridare all’esterno ciò che la bocca tace, muta, serrata dinanzi al cibo così come alla vita.
E, pur tuttavia, non soltanto questione di cibo; non soltanto questione di peso, di taglie, di restrizione alimentare e di calorie, come il luogo comune, ancora una volta, impone di credere ai più: l’inferno dell’Anoressia si popola di altro, di angosciosi retroscena che né i più grandi registi né le migliori pellicole horror saprebbero descrivere o rappresentare.

Anoressia nervosa come un aguzzino

Perché soffrire di Anoressia Nervosa vuol dire essere abitati da un’entità altra: un carceriere, un aguzzino, un carnefice tutto interiore che, attraverso l’imperativo categorico del “tu devi”, esige quotidianamente un riscatto al fine di esorcizzare l’onnipresente, costante senso di colpa di nutrirsi. E di esistere.
Un dazio, una pena costante, uno stillicidio continuo, scontati non solo attraverso la consueta privazione alimentare, bensì tramite i meccanismi più impensati, quali, ad esempio, l’ossessione per l’attività fisica, eseguita in maniera compulsiva sin quasi all’incapacità di sedersi, al fine di consumare quante più calorie possibili e far sì che la giornata sia conclusa sempre, puntualmente, in bilancio calorico negativo; chilometri su chilometri, finanche entro lo spazio minimo di un metro quadro o intorno al tavolo di casa, pur di muoversi, pur di consumare quanto ci si è concessi di ingerire; terrore di un sapore, di un aroma, di un morso, di una briciola, finanche di un sorso d’acqua che possa far schizzare in su l’ago della bilancia, impietoso giudice pronto a sancire il diritto o meno a sorridere, a vivere.
Una “vittoria”, quella dell’Anoressia, che si misura non soltanto in chili persi, bensì nel piacere tutto intimo e segreto di un perverso delirio di onnipotenza, nella soddisfazione tutta interiore di superare costantemente se stessi in una gara giocata interamente al ribasso, sia pur nella spasmodica ricerca di quell’illusorio ideale di purezza e di perfezione, che si traduce, al contrario, in una corsa a perdifiato verso la morte.
Verso la morte, sì, eppure non senza dapprima averne sperimentato la penosa anticamera al prezzo di atroci sofferenze fisiche e psichiche, prima che sia caduto l’ultimo capello, prima che si sia consumata l’ultima fibra di carne superstite, prima che si sia versata l’ultima lacrima. Prima che sia cessato l’ultimo battito.

Vendere l’anima la diavolo

Il giusto prezzo da pagare, per aver osato vendere l’anima al diavolo in cambio della promessa fallace della leggerezza, della felicità, della libertà, della bellezza; del ritorno ad uno stato di pace quasi embrionale, alla vitrea trasparenza di una bolla di sapone, di un grembo materno che assume il posto del mondo, laddove non esiste colpa, errore, giudizio, fallimento, debolezza, al sicuro da ogni male, da ogni dolore o insicurezza; al riparo dalla vita, dall’idea di non essere mai abbastanza perfetti, mai abbastanza all’altezza, mai abbastanza degni di essere amati.
Forse perché c’è stato chi, un tempo, ha scelto di immolare una disarmata vulnerabilità nel tempio della prevaricazione, servendo il dio della sopraffazione e della pubblica, omertosa compiacenza; oppure perché i lividi sull’anima di certe violenze fanno ancora male, troppo male per essere sfiorati; o forse perché, per difendersi da un dolore così grande, si decide di prendersi le colpe della mortificazione e dell’umiliazione che altri hanno perpetrato, nell’illusoria convinzione che, assumendosi la responsabilità della gratuita cattiveria altrui e correggendo se stessi, forse anche quell’antica sofferenza avrà fine.
Di qui, l’inizio della degradazione, della progressione di un male per cui l’unica soluzione possibile è scomparire, sbarazzarsi di una gravosa zavorra, di un corpo-involucro troppo pesante: di diventare, paradossalmente, invisibili per essere visti; di lasciarsi consumare, letteralmente sino al midollo, dalla fame interiore, che è spudorato desiderio di morte come liberazione e disperata richiesta d’amore insieme, quando ormai la paura di vivere è diventata più forte di tutto.

Più forte di tutto

Più forte, persino, di quella di morire. Più forte di ogni volontà, di ogni istinto, di ogni anelito, di ogni amore. Finanche di quello naturale, innato, totalmente viscerale, umano, per la vita.
 Serena Fierro