Cultura

Extra Vaganze

Extra Vaganze

Extra Vaganze. A margine dell’incontro avvenuto ieri sera nella chiesa di San Sebastiano, a Moiano, dove ho avuto la possibilità di raccontare uno spazio storiografico di due secoli e mezzo attraversando lo spazio fisico di una sola strada, spero possa tornare utile una breve sintesi di quanto detto a quanti non hanno potuto essere presenti, per causa delle dimensioni esigue del luogo.

E mi piace ringraziare ancora una volta l’Arciconfraternita del SS. Rosario di Moiano per aver voluto questo evento e in special modo la Misericordia di Airola e Moiano per averne sostenuto tecnicamente la realizzazione.

Le extra vaganze, o le storie extra vagantes, sono in storiografia il complesso delle rivelazioni inattese, impreviste, sorprendenti. Diversamente dall’extra ordinem, lo straordinario, esse non implicano necessariamente un sentimento di ammirazione ma investono la percezione per tramite dello stupore dato dal costrutto fenomenico della impredicibilità.

E proprio a Moiano, in Valle Caudina, m’è accaduto di rinvenirne almeno tre. Esse presentano caratteristiche e connotazioni molto diverse, ciò malgrado esse sono tutte omologhe a un medesimo ordito di concatenazioni storiche. E di queste singolarità mi è parso importante mostrare per la prima volta immagini e considerazioni in larga parte del tutto inedite, mai mostrate prima e che conto di far confluire in un prossimo volume.

La data

Il piccolo complesso degli oratoriani, fortemente voluto dal vescovo Filippo Albini agli inizi del XVIII secolo a causa dello stato di forte depauperamento culturale e teologico in cui versava il clero moianese, non ha mai di fatto assunto tale funzione divenendo per lo più una struttura annessa alla chiesa parrocchiale.

Fino agli anni Cinquanta del XX secolo è stata la sede di un prezioso maestro dell’arte del ferro battuto, Annibale Brevetti, il quale fu autore tra l’altro dello splendido cancello della cappella della Madonna della Libera in San Pietro Apostolo. Dopodiché un costante e inesorabile abbandono. Ma questa dimenticanza ha permesso la sopravvivenza di una traccia, mai vista prima, altrimenti destinata a scomparire.

Una data incisa a graffito nell’intonaco della parete perimetrale esterna ci permette di retrodatare a due secoli prima l’intonaco sul quale fu incisa, permettendo così una più ampia e precisa valutazione dello stato dei luoghi. La data rivenuta reca l’indicazione del 1587, ma le caratteristiche dell’intonaco superstite lasciano ipotizzare come non fosse coeva alla sua realizzazione.

Permettendo così di retrodatare ulteriormente il manufatto. L’aspetto sorprendente è, come agevolmente si evince, la presenza di una struttura antica cui il linguaggio del Settecento ha curiosamente solo conferito il segno di un pur mirabile portale. La presenza delle testimonianze del XVI secolo a Moiano era già di per sé interessante, seppur ancora inedita, stante la presenza di due xenodochium, strutture assistenziali poste lungo le vie romee a beneficio di pellegrini e infermi.

Il primo, San Sebastiano minore, altrimenti chiamato San Sebastianello, con la sua piccola chiesa per l’ausilio liturgico e quello di San Giovanni Battista, oggi non più esistente. Il rinvenimento di un altro pezzo di Cinquecento, rocambolescamente sopravvissuto stante la sua ‘invisibilità’ agli occhi dei passanti è decisamente una acquisizione significativa e che affido alla sensibilità e alla cura di tutti, a partire da chi ne detiene la titolarità giuridica.

La ritirata

Il palazzo Oropallo a San Sebastiano una tra le residenze patrizie più importanti dell’antico feudo di Airola. Formato dalla rimodulazione settecentesca di caseggiati preesistenti, assumono progressivamente la forma che attualmente è ancora possibile osservare. Al suo interno è stato possibile scorgere, in un piccolo ambiente di passaggio, una parete affrescata recante alcune iscrizioni.

A una prima lettura è apparso chiaro trattarsi del nome di Nicola Oropallo, colui che nella seconda metà del XVIII secolo conferisce una forma compiuta alla sua dimora dotandola di decorazioni che in origine dovevano presentare caratteri di grande ambizione. Al di sopra del suo nome campeggia «Lvogo Inchino».

Che, in presenza della dimensione molto esigua dell’ambiente, della presenza di una originaria colonna fecale, ma soprattutto in considerazione del significato della parola «Luogo» nella vulgata locale lasciano facilmente comprendere come ci si trovi in presenza di un autentico gabinetto di pieno Settecento, tra i ben pochi ormai sia possibile osservare oggi. E fin qui niente di insolito, tutte le dimore del ceto economicamente evoluto di antico regime disponevano di bagni e gabinetti.

Ciò che in questo caso rende extra vagante tale rinvenimento è proprio la volontà manifesta del proprietario di renderlo parte integrante della proprio spazio domestico al punto di solennizzarne il ruolo conferendo il proprio nome in quello che appare chiaramente un rovesciamento speculare autoironico della propria persona. Una forma involontaria e inattesa di dadaismo ante litteram. E questo in chiaro accordo con la personalità esuberante e istrionica di Nicola Oropallo, protagonista nondimeno della società del suo tempo.

Il conflitto

Nella chiesa di San Sebastiano, tra gli esempi più insigni del barocco in Campania, sono ormai abbastanza noti gli episodi pittorici di Tommaso Giaquinto. Quasi venti anni fa sono stati ultimati i restauri, durati dieci anni, che ne hanno garantito non solo una auspicabile conservazione ma anche l’occasione, come ogni restauro serio impone, di una sua ulteriore conoscibilità.

Nell’ambito del restauro del ciclo delle storie di Mosè, presenti nella navata della chiesa, è stato possibile pervenire a una scoperta molto sorprendente, una vera extra vaganza di dimensioni e significato rilevanti stante la natura di ciò che manifesta. Durante i lavori è stato possibile accertare come tutto il partito decorativo che incornicia le scene dipinte dal Giaquinto non fossero opera del pittore e, ancora, come queste non fossero compatibili con il 1703, l’anno in cui appunto Tommaso dipinge la navata.

Ho potuto scoprire, quindi, fossero opera di Antonio Marotta, un eccellente pittore ornamentista che aveva già lavorato nel vicino e importante palazzo De Marco e successivamente incaricato di realizzare la sontuosa soffittatura della navata con una poderosa messa in scena di artifici illusionistici. Ma al Marotta fu affidata evidentemente la ridipintura dell’intera struttura decorativa eseguita dal Giaquinto sessanta anni prima.

Un caso di grande rarità, poiché usualmente registriamo la presenza di normali stratificazioni di interventi progressivi oppure di totali rifacimenti tesi a negare tutto quanto aveva preceduto il gusto contemporaneo. Nel caso di San Sebastiano invece registriamo un unicum, una impredicibilità extra vagante.

Ciò si spiega solo nei termini di un dissidio culturale, manifestato nel contesto di un conflitto estetico evidente tra i segni della cultura e del gusto barocchi e quelli della istanza in quel momento prevalente del rocaille.

Ma l’esito di questa sintesi fu a sua volta risolto dal vigore della presenza nuova del classicismo vanvitelliano, che proprio in quegli stessi anni iniziava a imporsi inesorabilmente per concludersi nelle grandi fabbriche dell’Annunziata in Airola e San Pietro in Moiano, entrambe opere di Domenico Brunelli come ebbi modo di appurare ormai più di venti anni addietro.

La memoria non è un pranzo di gala, non è una passerella dove lucrare esibizioni patetiche, non è il giardino d’infanzia dove collocare i giocattoli delle proprie psicopatologie. È semplicemente il frutto della terra che viene colto ogni volta e tenuto nelle mani di ognuno di noi.

È quel frutto non è altro che il futuro, non certo un oggetto polveroso da balìe della nonna. È Il futuro di una volta, come ebbe a dire il mio amico Andrea Massaro. Io rilancio con il futuro di ogni volta, tante quante necessarie alla circolarità della consapevolezza secondo cui pietre, colori, superfici, oggetti, spazi, non possono in alcun caso essere un alfabeto balbettante e consegnato all’abuso della mediocrità per biasciare la retorica del niente.

Se cioè non si capisce che a furia di sproloquiare di memoria, senza punto conoscerne il senso, si finisce soltanto nel crepaccio di una smemoratezza permanente. Emmanuel Lèvinas dice che «l’altro mi riguarda non perché è come me, ma perché mi parla». Se noi smettiamo di parlare con tutto l’insieme della nostra esistenza, o semplicemente di provare a farlo, saremmo stati definitivamente turlupinati. E saremmo stati proprio noi a farlo.

Giacomo Porrino

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