La sfida di Giovani Vite: educare con amore per riscattare l’infanzia
Sara Francesca continua a vergare il diario di bordo della comunità Giovani Vite
La sfida di Giovani Vite: educare con amore per riscattare l’infanzia. Una delle sfide educative più complesse che affrontiamo quotidianamente all’interno di Giovani Vite riguarda il concetto stesso di lavoro.Per molti ragazzi accolti nella struttura, soprattutto provenienti dalle aree rurali dell’Egitto, il lavoro non rappresenta un obiettivo futuro.
Rappresenta il passato.
Molti di loro hanno iniziato a lavorare quando i loro coetanei italiani frequentavano ancora la scuola media. Alcuni hanno imparato il mestiere di muratore. Altri hanno lavorato nei campi. Altri ancora hanno affiancato padri, fratelli o conoscenti nelle attività quotidiane.
Ascoltando i loro racconti emerge una realtà che, agli occhi di molti lettori italiani, può apparire difficile da immaginare: ragazzi di tredici o quattordici anni che si sentono già responsabili del benessere economico della propria famiglia.
Ed è proprio qui che nasce una delle più importanti sfide educative della comunità.Far comprendere che in Italia esiste un percorso differente.
Un percorso che tutela l’infanzia e l’adolescenza, riconoscendo nello studio, nella formazione e nella crescita personale un investimento necessario prima dell’ingresso nel mondo del lavoro.
Un concetto che per noi può apparire naturale, ma che per molti di loro inizialmente non lo è affatto.
Perché quando un ragazzo è cresciuto credendo che il proprio valore dipenda dalla capacità di contribuire economicamente alla famiglia, fermarsi a studiare può sembrare quasi un lusso.
Talvolta perfino una colpa.
È in questi momenti che il lavoro educativo assume una dimensione profonda e invisibile. Non si tratta soltanto di spiegare delle regole.
Si tratta di accompagnare un cambiamento culturale. Di aiutare questi ragazzi a comprendere che dedicare tempo alla scuola non significa sottrarsi alle proprie responsabilità.
Significa costruire strumenti che permetteranno loro, un giorno, di aiutare le proprie famiglie in maniera più solida e duratura.
Tuttavia sarebbe ingiusto osservare queste esperienze esclusivamente attraverso il filtro della fragilità.
Perché dietro quei tredicenni che hanno lavorato nei cantieri, nei campi o nelle attività familiari si nascondono qualità che meritano rispetto: coraggio, determinazione, senso del sacrificio, capacità di assumersi responsabilità che molti adulti faticherebbero a sostenere.
Nessun ragazzo dovrebbe sentirsi costretto a diventare grande troppo presto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la forza che molti di loro hanno dimostrato nel tentativo di sostenere le persone che amano.
Forse la vera lezione che questi giovani portano con sé non riguarda il lavoro.
Riguarda l’amore.
Perché dietro ogni alba trascorsa in un cantiere, dietro ogni giornata passata a lavorare anziché giocare, esiste quasi sempre la stessa motivazione: il desiderio ostinato di aiutare la propria famiglia.
A molti di loro, se si domanda cosa desiderino per il futuro, la risposta arriva immediata: “lavorare”. Non diventare famosi.Non diventare ricchi.Non possedere qualcosa di straordinario. Lavorare.Avere una casa.
Obiettivi che per molti adolescenti italiani rappresentano traguardi lontani, mentre per questi ragazzi costituiscono spesso un’urgenza già presente.
Ismail, ad esempio, aveva già sperimentato il mondo del lavoro quando molti suoi coetanei erano ancora impegnati esclusivamente nello studio. Nei suoi racconti emerge con forza una caratteristica comune a numerosi ragazzi accolti nella comunità: la convinzione che il proprio valore passi attraverso la capacità di rendersi utili.
Non si tratta di ambizione. Si tratta di responsabilità.Una responsabilità maturata troppo presto, ma affrontata con una determinazione che colpisce profondamente chiunque abbia modo di ascoltarli.
L’ACCOGLIENZA SALVA IL PRESENTE, L’AUTONOMIA COSTRUISCE IL FUTURO
Tuttavia, esiste una domanda che accompagna quotidianamente il lavoro educativo della comunità e che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
Cosa accade dopo? Cosa succede quando questi ragazzi terminano il proprio percorso di accoglienza? Cosa accade a chi raggiunge la maggiore età o a coloro per i quali non viene riconosciuta la prosecuzione amministrativa?
Sono interrogativi complessi, che non riguardano soltanto il presente ma soprattutto il futuro.
Per questo motivo la coordinatrice della comunità, la Dott.ssa Dolores Ceglia, sta lavorando a un progetto tanto ambizioso quanto profondamente coerente con la filosofia educativa che da anni caratterizza l’operato di Giovani Vite.
L’idea è semplice nella sua formulazione e complessa nella sua realizzazione: creare una struttura abitativa che possa offrire ai giovani in uscita dai percorsi di accoglienza un’opportunità creata in autonomia.
Un luogo in cui poter abitare temporaneamente, lavorare, proseguire il proprio percorso di crescita e affrontare con maggiore serenità il delicato passaggio verso la vita adulta.
Per molti di questi ragazzi, infatti, il raggiungimento della maggiore età non coincide automaticamente con la conquista di una stabilità economica e abitativa.
Anzi, spesso rappresenta l’inizio della fase più fragile.
È proprio in quel momento che una rete di sostegno può fare la differenza tra un progetto di vita che prende forma e uno che rischia di interrompersi.Una sfida che difficilmente può essere sostenuta da una singola realtà.
Per questo motivo ogni forma di attenzione, sensibilità o collaborazione da parte dei cittadini, professionisti, imprese e realtà del territorio rappresenterebbe un contributo prezioso verso un obiettivo che riguarda non soltanto alcuni ragazzi, ma l’intera comunità.
Perché accogliere significa certamente aprire una porta. Ma educare significa soprattutto fare in modo che, un giorno, quella persona possa camminare con le proprie gambe senza ritrovarsi nuovamente sola.