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Mario Calabresi ricorda il Prefetto Pagnozzi

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1 anno fa - 11 Novembre 2020

Mario Calabresi ricorda il Prefetto Pagnozzi. Un delicato ricordo del prefetto cervinarese Antonio Pagnozzi arriva da Mario Calabresi, giornalista e scrittore, già direttore de La Repubblica.

Il papà del giornalista, il commissario Luigi Calabresi, è stato collega del giovane sbirro arrivato d Cervinara alla questura di Milano, per cinque anni. Poi, il commissario Calabresi, dopo una spietata e miserabile campagna mediatica fu assassinato da un commando di Lotta Continua il 17 maggio del 1972.

Ma leggiamo cosa scrive Mario Calabresi, ringraziandolo per la concessione che ha fatto al nostro giornale.

Ci sono occasioni nella vita che non vanno assolutamente sprecate, occasioni preziose da non rimandare.Quest’estate, scrivendo “Quello che non ti dicono”, ho pensato che valesse la pena cercare il ragazzo che alla fine degli anni Sessanta aveva la scrivania accanto a quella di mio padre.

Non avevo idea se sapesse o ricordasse qualcosa della vicenda di Carlo Saronio, il protagonista del libro, ma mi ero reso conto che era l’unico rimasto in vita della Questura milanese di quel tempo. Nessun altro c’era più, chi ucciso dal terrorismo, chi dalle malattie.

Così ho telefonato ad Antonio Pagnozzi, ricordando il discorso che aveva fatto il 17 maggio di tre anni fa nell’anniversario della morte di mio padre.

Mi ha risposto con la sua voce calda e un po’ rauca, nel modo affettuoso che gli apparteneva. Mi ha raccontato di nuovo la storia della squadra politica in cui entrò che aveva appena compiuto 31 anni.

Il 68 milanese

«Era il 15 novembre 1967, il giorno in cui 700 studenti occuparono l’Università Cattolica, primo atto del Sessantotto milanese.

Ma quella mattina nessuno se lo immaginava nemmeno lontanamente e, siccome ero l’ultimo arrivato, allora mi assegnarono la scuola e tutto il mondo degli studenti.

Pensavano che fosse la cosa meno importante, un incarico per pivellini, invece quella stessa sera diventò il tema caldo che avrebbe stravolto la città.

Me ne occupai per sei anni, il tempo di vedere le rivolte studentesche invadere le strade e poi diventare terrorismo.

Sbirro

Prendevo in giro tuo padre che si metteva sempre la giacca, anche quando c’erano le manifestazioni, e portava i golf a collo alto, io invece indossavo l’eskimo, mi serviva a non dare troppo nell’occhio.

Lui mi squadrava e replicava: “Inutile che cerchi di travestirti, lo capiscono al volo che sei uno sbirro”».

«Nel 1973 venni nominato capo della Squadra Mobile, non si può nemmeno immaginare cosa fosse Milano alla metà degli anni Settanta: scontri politici, rapine, bische, droga, gioco d’azzardo, sequestri di persona, tra cui quello di Carlo Saronio.

Nella primavera del 1975 mi trovai ad indagare su nove rapimenti in contemporanea, un delirio. La città era un far west, oggi si ricordano gli “anni di piombo” ma erano anche gli anni di Vallanzasca e Turatello, delle rese dei conti tra le bande della mala».

La carriera

Pagnozzi fece carriera, diventò questore a Genova e poi a Roma, fu proprio in quel tempo che morì suo figlio e lui, che aveva la pelle dura, questo colpo non lo superò mai e si può dire che in un certo senso la sua vita terminò quel giorno.

Forse per questo faceva fatica a tornare nel passato, a coltivare le memorie, però ricordò un dettaglio che mi ha sconvolto e che ha cambiato il mio rapporto con la storia che stavo scrivendo. Quando gli ho chiesto di Carlo Fioroni, l’amico di Saronio che lo tradì architettandone il sequestro, mi ha spiegato che fu lui nel 1975 a scoprire che Fioroni si era rifugiato tre anni prima nella casa della famiglia Saronio.

Poi si è messo a parlare di quel ’72, di quando lo cercavano per fare chiarezza sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli.

«Allora non ero io che lo cercavo, ma il mio vicino di scrivania: tuo padre. Era lui che sotto il traliccio riconobbe in quel corpo dilaniato quello dell’editore, anche se era senza baffi, ed era lui che risalì all’intestatario dell’assicurazione del furgone, Carlo Fioroni.

Ma poi non ebbe tempo per conoscere gli sviluppi di quella storia. Era marzo, e due mesi dopo io ero tra quelli che portarono la sua bara sulle spalle».

Mario Calabresi ricorda il Prefetto Pagnozzi

Grazie al suo racconto il libro che stavo scrivendo era diventato anche “mio”. Gli avevo promesso che sarei andato a trovarlo e gliene avrei portato una copia.

Non ho fatto a tempo. Ci ha lasciati venerdì scorso, portato via dalla malattia di questo tempo.

Aveva 84 anni e viveva per la moglie Stefania e per la sua musica classica.

Mario Calabresi

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