Salari sempre più bassi e costo della vita sempre più alto

Il ceto medio arranca sempre di più

Redazione
Salari sempre più bassi e costo della vita sempre più alto

Salari sempre più bassi e costo della vita sempre più alto. Trentacinque anni di salari. Tutti avanti, l’Italia indietro. E quasi nello stesso tempo, i redditi delle famiglie italiane hanno perso così tanto potere d’acquisto che oggi, dice Istat, è come se avessimo in tasca i soldi del 2010.

È l’ultima fotografia dell’Italia dei piccoli salari raccontata in queste settimane da Repubblica. Insegnanti, infermieri, ferrovieri. C’è chi torna in vacanza dai genitori, chi fa sempre più spesa al discount, chi va dal parrucchiere una volta al mese, chi esce per una pizza solo nel fine settimana o ai compleanni.

Ora Ocse e Istat mettono i numeri dietro queste vite.

L’Ocse guarda al salario lordo medio del dipendente a tempo pieno. L’Istat al reddito disponibile delle famiglie: stipendi, pensioni, altri redditi e trasferimenti, al netto di imposte e contributi.

Tra il 1990 e il 2025 il salario reale medio italiano è sceso del 2%. Nello stesso periodo è salito del 35% in Germania e Francia, del 16% in Spagna e del 36% nella media Ocse. Negli Stati Uniti di oltre il 53%, nel Regno Unito del 47%. Trentacinque anni perduti, mentre gli altri correvano.

Distanze siderali.

Il divario si vede anche nelle buste paga del 2025. Secondo l’Ocse, il salario lordo annuo del lavoratore medio è di 36.594 euro in Italia, contro 66.700 in Germania e 45.964 in Francia. Quasi il 45% in meno dei tedeschi e il 20% in meno dei francesi.

La Spagna, con 32.678 euro, resta sotto di noi.

Ma basta correggere per il costo della vita e la classifica cambia. A parità di potere d’acquisto l’Italia vale 53.864 dollari, la Germania 76.285, la Francia 60.483. Il ritardo italiano si riduce al 29% dalla Germania e all’11% dalla Francia. E la Spagna, con 57.779 dollari, ci supera del 7%.

In euro prende meno, ma con quei soldi compra di più.

Una spiegazione sta nei prezzi: in Italia ristoranti e alberghi costano il 30% in più che in Spagna, l’energia il 25%, l’abbigliamento il 23%.

C’è poi il cuneo fiscale. Per un lavoratore single senza figli con uno stipendio medio, tasse e contributi assorbono in Italia il 45,8% del costo del lavoro. Meno di Germania, 49,3%, e Francia, 47,2%, ma più della Spagna, 41,4%. Il fisco pesa, ma non basta a spiegare tutto: il nodo resta quello di salari lordi strutturalmente più bassi.

I dati Istat diffusi ieri aggiungono il lato delle famiglie. Nel secondo trimestre il reddito disponibile è salito ancora, ma meno dei prezzi. Così il potere d’acquisto è sceso dello 0,9% rispetto ai tre mesi precedenti e dello 0,4% sull’anno.

E per continuare a spendere le famiglie stanno assottigliando il cuscinetto: i consumi corrono più del reddito e la quota dei risparmi scende al 6,7%, il livello più basso dalla fine del 2012. In sedici anni il reddito delle famiglie è cresciuto di un terzo, da 265 a 358 miliardi.

Ma i prezzi si sono presi quasi tutto. Tolta l’inflazione, il potere d’acquisto è rimasto fermo: 297 miliardi nel 2010, 297 oggi. Più euro, stessa capacità di spesa.

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