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Unione dei Comuni: le inutili barriere dei Paesi

sei in  Attualità

8 anni fa - 31 Marzo 2014

C’erano una volta i paesi “piccoli”, quelli impossibilitati all’esercizio delle proprie funzioni, -ovvero delle attività amministrative loro attribuite, in vista del soddisfacimento concreto dei diritti soggettivi ed interessi legittimi dei propri abitanti,- da portafogli magri. E vi erano, per l’effetto, “paesani” di piccoli paesi  non fruitori di servizi adeguati.
Ma un giorno, un re-legislatore non sempre efficiente (anzi, quasi sempre inefficiente), ben pensò ad una Legge, la 142 del ’90, ed introdusse una bella novità, volgarmente chiamata “Unione dei Comuni”; trattavasi, però, di una normativa “politicamente” inapplicabile in concreto, perché prevedeva che più Comuni della stessa Provincia, con popolazione inferiore ai 5000 abitanti, o di cui uno solo avesse tra i 5000 ed i 10000 abitanti, potessero unirsi e trasferire all’Unione predetta l’esercizio e la titolarità di funzioni e servizi, con obbligo di trasferimento, al nuovo Ente così costituito, delle tasse pagate dai cittadini per i servizi conferiti; quella norma, però, prevedeva anche l’obbligatorietà della fusione nei successivi dieci anni, ovvero la perdita delle singole “identità soggettive” dei Paesi, ed era inevitabile, -diciamocelo- anche per intuibili ragioni campanilistiche e di politica spicciola, che non fosse applicata.
Probabilmente, fu per questa elementare considerazione che il buon-cattivo-legislatore pensò alla novella di cui all’art. 32 della L. 267/00 (nota come Testo unico Enti Locali) ed alle successive norme di attuazione, per cui fu prevista la conservazione della suddetta “identità” dei singoli paesi interessati alle costituende Unioni.
In pratica, i paesi, oggi, possono unirsi, (senza doversi poi necessariamente “fondere”), e, previa emanazione di Statuti costitutivi ed individuazione delle funzioni ad attribuirsi al nuovo organismo, trasferire all’Unione la titolarità di funzioni e servizi (e non solo la gestione, come, invece, avviene nelle cd. “convenzioni di gestione”).
Certo, in questo modo ciascun Comune limita i “propri poteri”, e probabilmente gli amministratori locali (ed aspiranti tali) perdono consensi…ma vuoi mettere i vantaggi? Vuoi mettere la riduzione dei costi di gestione dei servizi conferiti, il ridimensionamento delle spese fisse per il mantenimento di quelle prestazioni, il vantaggio del coordinamento pilotato, il risparmio pro-capite e pro-quota per i contribuenti… e la pletora di voti ottenibili dagli amministratori capaci di offrire ai consociati servizi più efficienti a costi minori???
…E così, anche la Valle Caudina, ben pensò di non farsi scappare questa grandissima opportunità di sviluppo, di crescita, di evoluzione, di superamento di vecchi assetti per il bene comune. Purtroppo, però, poi, qualche intoppo nel percorso ha finito per rallentare il processo; e come resistere alla tentazione di addebitare la colpa a quei dilettanti degli amministratori locali?  (ovviamente, tutti amici della scrivente, per cui mi tocca difenderli per captatio benevolentiae!!!)
Mi sa che il problema, stavolta, veramente non sono loro…
Non posso ignorare, girando sul web, le rivendicazioni campanilistiche della mia gente, dei potenziali fruitori dei servizi conferibili all’Unione; e non posso non notare, per l’effetto, che “la politica” tutta, maggioranza ed opposizione, è volta, come è normale che sia, a tutelare certe prese di posizione espresse da larga parte dei propri elettori…
Si badi bene, il merito delle singole questioni qui non mi interessa punto,  neanche chi ha torto o ragione mi interessa… Quello che mi chiedo è se, prima di fare l’Unione, non sarebbe opportuno chiedere ai cittadini tutti se davvero la vogliono, questa Unione, se ci credono che l’Unione fa la forza, se hanno capito che senza l’Unione i Paesi potrebbero morire.
Me lo chiedo perché la costituzione dell’Unione della Valle, senza la coscienza profonda della sua natura da parte dei consociati, sarebbe un formalismo, una inutile concessione dall’alto, priva della necessaria, sentita adesione “culturale” ai suoi principi ispiratori, da parte della base.
Certo, senza l’Unione, certe partite a  “dama” sarebbero tutte da giocare…
A proposito, io a “dama” sono brava; anzi, a dirla tutta, vinco sempre.
Solo che con me non vuole giocarci nessuno.

Rosaria Ruggiero

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