Valle Caudina: chi appicca gli incendi e fa bruciare anche il Taburno?

Un'analisi dettaliata sugli incendi boschivi

Redazione
Valle Caudina: chi appicca gli incendi e fa bruciare anche il Taburno?

Valle Caudina: chi appicca gli incendi e fa bruciare anche il Taburno?  Dietro le fiamme non c’è soltanto il caldo. In Italia oltre sette incendi su dieci hanno una causa umana accertata.

In Campania i dati indicano soprattutto pascoli, caccia, interessi economici e pratiche agricole. E il “piromane”, nell’accezione comune del termine, è solo una parte del problema.

Quando un bosco brucia, soprattutto durante le giornate torride dell’estate, la spiegazione più immediata è spesso quella del caldo. Ma i numeri raccontano una storia molto più complessa.

Il caldo, la siccità e il vento creano le condizioni ideali affinché un incendio si propaghi rapidamente. Ma una cosa è la propagazione del fuoco, un’altra è il suo innesco.

E quando si analizzano gli inneschi emerge con forza il ruolo dell’uomo.

In Italia il 57,4% degli incendi è doloso

Uno dei riferimenti nazionali ufficiali più chiari è contenuto nella documentazione del Senato che riporta i risultati delle indagini dei Carabinieri relativi al 2019.

I numeri sono eloquenti:

57,4% – incendi dolosi
13,7% – incendi colposi
1,9% – cause naturali
27,0% – cause indeterminate o non classificabili

Significa che una causa umana, dolosa o colposa, è stata accertata in almeno il 71,1% degli incendi.

Le cause naturali rappresentano invece appena l’1,9%: meno di due incendi ogni cento.

E il peso dell’attività umana potrebbe essere persino superiore, perché rimane quel 27% di incendi per i quali non è stato possibile determinare con certezza la causa.

Nel solo periodo 2017-2019, inoltre, le attività investigative portarono a 139 arresti in flagranza e 1.013 persone denunciate all’autorità giudiziaria.

Fonte: Senato della Repubblica, su dati delle indagini dei Carabinieri.

Ma chi appicca materialmente il fuoco?

È qui che emerge il dato forse più interessante.

Parlare genericamente di “piromani” rischia di fornire una rappresentazione sbagliata del fenomeno. Il piromane propriamente detto rappresenta soltanto una delle categorie individuate nelle attività investigative.

Il Piano regionale antincendio boschivo della Campania 2022-2024 permette di entrare molto più nel dettaglio.

Nel campione analizzato dal Piano, gli incendi dolosi rappresentano il 63,32% del totale, quelli colposi il 6,08%, quelli di origine naturale appena lo 0,2%. Il 3,04% è classificato come dubbio e il 27,36% non risulta classificato.

Ancora una volta, quindi, la natura ha un peso estremamente ridotto nell’innesco.

Ma il dato più significativo arriva quando si analizzano le motivazioni degli incendi volontari.

La classifica: al primo posto il pascolo

Il Piano AIB della Regione Campania esamina 354 incendi volontari, individuando per 302 di essi alcune delle principali motivazioni.

La graduatoria è questa:

1. Rinnovamento del pascolo – 105 incendi (29,66%)

È nettamente la prima motivazione individuata. Il fuoco viene utilizzato per eliminare la vegetazione e favorire il rinnovo delle superfici destinate al pascolo.

2. Caccia – 45 incendi (12,71%)

Al secondo posto compaiono motivazioni riconducibili all’attività venatoria.

3. Profitto legato ai prodotti del sottobosco – 32 incendi (9,04%)

Il passaggio del fuoco può essere collegato alla successiva disponibilità o raccolta di determinati prodotti del sottobosco.

4. Piromania – 27 incendi (7,63%)

Solo al quarto posto troviamo la piromania.

5. Abbruciamento di rifiuti – 14 incendi (3,95%)

Anche l’eliminazione dei rifiuti attraverso il fuoco compare tra le motivazioni individuate.

Resta inoltre una quota consistente, 79 casi, nei quali la matrice dolosa è individuata ma la specifica motivazione rimane sconosciuta.

Dunque non sono soprattutto i “piromani”

È probabilmente questo il dato che dovrebbe far riflettere maggiormente.

Su 354 incendi volontari analizzati dal Piano regionale, quelli classificati sotto la voce piromania sono 27, cioè il 7,63%.

Quelli collegati al rinnovamento dei pascoli sono invece 105: quasi quattro volte tanto.

Sommando pascolo, caccia e profitto derivante dai prodotti del sottobosco si arriva a 182 casi, più della metà dei 354 incendi volontari considerati.

Questo non significa, naturalmente, che allevatori, cacciatori o altre categorie professionali possano essere considerate collettivamente responsabili degli incendi. I dati descrivono le motivazioni attribuite ai singoli eventi investigati, non autorizzano a trasferire la responsabilità a intere categorie di persone.

E gli incendi provocati per errore?

C’è poi un altro pezzo importante della storia: gli incendi colposi.

In questo caso non c’è la volontà di incendiare il bosco. Il fuoco viene acceso per altri motivi e successivamente sfugge al controllo.

Nel campione utilizzato dal Piano AIB campano vengono individuati:

19 incendi da abbruciamento di residui agricoli;
4 collegati ad altre attività agricole;
2 da abbruciamento di residui forestali;
2 derivanti da attività ricreative;
2 attribuiti ad altre cause.

La Regione arriva a una conclusione particolarmente significativa: il 72% delle cause colpose è legato all’abbruciamento di residui vegetali provenienti dalle attività agricole e forestali.

Qui non siamo davanti all’incendiario che entra nel bosco con l’intenzione di distruggerlo. Siamo di fronte soprattutto a un uso del fuoco che, in determinate condizioni meteorologiche e ambientali, può trasformarsi in un incendio incontrollabile.

I dati storici confermano il peso dei pascoli

Non si tratta, peraltro, di un fenomeno comparso recentemente.

Una precedente analisi ufficiale della Regione Campania, basata sui dati del Corpo Forestale dello Stato, classificava 579 incendi dolosi.

Tra le motivazioni individuate figuravano 154 casi di rinnovazione del pascolo mediante il fuoco, 45 legati a insoddisfazione, dissenso sociale o piromania, 35 alla ricerca di vantaggi derivanti dall’incendio, 32 a conflitti o vendette tra proprietari, 31 alla raccolta di prodotti successiva al passaggio del fuoco, 23 a caccia e bracconaggio e 21 alla ripulitura di terreni da destinare a pascolo o coltivazione.

La stessa analisi registrava soltanto 5 casi riconducibili alla speculazione edilizia, un dato che ridimensiona un’altra convinzione molto diffusa nell’opinione pubblica.

Anche uno studio condotto dal Nucleo Investigativo Antincendio Boschivi del Corpo Forestale su 23 province italiane – comprese tutte e cinque le province campane – individuava per il Mezzogiorno tre motivazioni ricorrenti: ampliamento o rinnovamento del pascolo, bruciatura delle stoppie e ripulitura degli incolti.

Il fuoco ha quindi molte mani

Dietro un incendio possono esserci soggetti e motivazioni profondamente differenti.

C’è chi usa illegalmente il fuoco per rinnovare un pascolo. Chi lo utilizza nell’ambito di pratiche agricole e ne perde il controllo. Ci sono episodi collegati alla caccia o a interessi economici. Ci sono vendette e ritorsioni. C’è chi brucia rifiuti. E ci sono anche persone classificabili nell’ambito della piromania.

Mettere tutto sotto l’etichetta di “piromane” rischia quindi di nascondere la parte più importante del problema.

E c’è un’altra distinzione fondamentale.

Il caldo non equivale all’innesco.

Temperature elevate, siccità, vento e vegetazione secca possono trasformare una piccola fiamma in un fronte di fuoco devastante. Sono dunque fattori decisivi nella pericolosità e nella propagazione degli incendi. Ma i dati sulle cause mostrano che l’accensione iniziale è, nella stragrande maggioranza dei casi classificati, legata all’attività umana.

Quando le montagne bruciano, allora, non basta guardare il termometro.

Bisogna chiedersi dove è partito il fuoco, come è stato acceso e soprattutto perché.

Perché è proprio nell’individuazione delle cause e delle motivazioni che può cominciare una prevenzione realmente efficace.

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