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Cervinara, edilizia ferma: crisi profonda

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8 anni fa - 28 Marzo 2014

“Continuo ad uscire presto la mattina solo per abitudine ma non ho nulla da fare e non sono il solo. I pochissimi che stanno lavorando, lo fanno per un prezzo stracciato con il quale, forse, non riescono a coprire neanche le spese”.  E’ di un’amarezza infinita il caffè che questa mattina ho preso con un amico imprenditore edile nella centralissima piazza Trescine. Lui è una persona che non si è mai scoraggiata, ha sempre lavorato ed ha dato lavoro. Il nome non è importante perché la sua storia è identica a tante altre del centro caudino. “L’edilizia è, completamente ferma. Le vicende della zona rossa si sono innescate con la crisi economica. Il risultato è uno solo, chi può compra casa altrove. Va verso Montesarchio, Rotondi e San Martino. Sino ad oggi si è andati avanti con i piccoli interventi di ristrutturazioni, ma ora anche quelli sono, quasi del tutto, bloccati. I miei operai, sino a poche settimane fa, mi telefonavano ogni giorno ed io dovevo dare loro sempre la stessa risposta negativa. Non si lavora. Ora anche loro hanno perso la speranza e non mi chiamano più. Io vado avanti con qualche piccolo risparmio ma, da qui a qualche settimana, penso che andrò a lavorare fuori. Devo per forza lasciare Cervinara, non ho alternative”. Per circa trenta anni, dal dopo terremoto, l’edilizia è stata l’asse portante dell’economia del centro caudino. Un lavoro duro che spacca la schiena, ma che ha comunque permesso a tante famiglie di condurre una vita decente. Ora anche questo tipo di attività, gradualmente, sta scomparendo.” “Ti ricordi, mi dice l’amico, la mattina, qui era un via vai di mezzi, di persone. Ora non si vede neanche un camion”. Ed ha ragione da vendere. I muratori sembrano spariti non se ne vede nessuno in giro. “Da anni non si apre un cantiere vero a Cervinara. Non si realizza un’opera pubblica importante. Si sta lavorando per la costruzione delle abitazioni degli alluvionati, ma quelle non possono essere le risoluzioni ai tanti mali che affliggono il paese. “So bene”, mi dice ancora l’imprenditore, “che la volumetria delle abitazioni è molto più alta rispetto al numero degli abitanti. Conosco il mio mestiere e, quindi, mi rendo conto che non si possono costruire nuove case. Ma ci vorrebbero dei programmi specifici per la ristrutturazione delle abitazioni nelle frazioni. Tutto è legato alla zona rossa, anche questo so bene, ma mentre il medico pensa il malato muore”.  Il mio amico, la mattina continua ad uscire presto da casa per abitudine. Non gli resta altro da fare, il suo telefono è muto. Nessuno lo chiama per un lavoro, anche piccolo. A breve, lascerà Cervinara, si prepara a partire. In tanti lo hanno già preceduto e tanti lo seguiranno. Un paese muore anche così, un poco alla volta. Muore quando vede partire le forze migliori, nel più assoluto silenzio di chi dovrebbe pensare al futuro.

Peppino Vaccariello

Cervinara, edilizia ferma: crisi profonda