L’Appia nella Campania interna: archeologia del paesaggio e viabilità tra i bacini del Calore e dell’Ufita
La ricerca dell’archeologo Flavio Castaldo propone la ricostruzione del sistema viario della Via Appia nella Campania interna attraverso un approccio integrato di archeologia del paesaggio, superando la focalizzazione sui singoli siti per analizzare il territorio nella sua interezza.
L’autore supera lo stereotipo dell’immobilismo appenninico, presentando l’area agropastorale non come un contesto statico o conservatore, bensì come un territorio che, a partire dal II secolo a.C., venne integrato in un’”economia-mondo”, avviando processi irreversibili di mercantilizzazione e monetarizzazione.
La ricostruzione del paesaggio è tuttavia ostacolata dalla natura frammentaria e lacunosa dei dati storici, oltre che dalle caratteristiche dell’occupazione territoriale sannitica, basata su piccoli insediamenti produttivi sparsi (pagi) che hanno lasciato tracce archeologiche labili.
L’analisi ritrova nella Tabula Peutingeriana e nell’Itinerarium Antonini le fonti documentarie più strutturate, capaci di fornire una mappa dei principali assi di comunicazione dell’Impero.
Le fonti storiche e geografiche di riferimento sono invece Tito Livio, Diodoro Siculo, Strabone, Plinio il Vecchio e Orazio, nel cui contesto si inserisce anche il ruolo centrale svolto da Beneventum.
Il prof. Castaldo delinea poi un quadro geografico e topografico dei bacini dei fiumi Calore e Ufita, illustrandoli come i due storici corridoi naturali di attraversamento dell’Appennino campano.
Il fiume Calore è rappresentato come asse di connessione tra l’area beneventana e l’interno appenninico (con il Ponte Appiano), mentre l’Ufita costituisce la via di comunicazione diretta dell’Irpinia con la Daunia e il versante adriatico.
Questa configurazione geomorfologica e la presenza di microclimi differenti tra vallate e alture hanno favorito, fin dalla preistoria, i percorsi di transumanza (specie ovina), in seguito formalizzati in strade di grande comunicazione in età romana.
Si sviluppano così i principali nodi territoriali di Aeclanum, Aequum Tuticum, Fioccaglie (Flumeri), Carife, Casalbore e Grottaminarda: tutti punti strategici distribuiti lungo i crinali e i fondovalle che testimoniano un’antropizzazione continua e diffusa dal Neolitico all’età classica.
La Via Appia non nacque dal nulla, ma si sovrappose a una preesistente rete di mobilità sannitica; le stesse Guerre Sannitiche (IV-III sec. a.C.) testimoniano l’uso di questi corridoi naturali da parte degli eserciti romani e sanniti.
In quest’ottica, Castaldo sostiene che l’Appia imperiale seguisse un percorso pianeggiante di fondovalle lungo la Valle Ufita, evitando i dislivelli eccessivi e le avversità climatiche delle rotte montane ipotizzate da altri studiosi (come l’itinerario per Frigento/SS 303).
Le conclusioni della ricerca mostrano come la Via Appia, nel suo tratto irpino, rappresenti lo specchio dell’evoluzione politico-amministrativa dell’Appennino meridionale.
Il tracciato ha tratto origine da una rete informale di sentieri e rotte di transumanza di età sannitica, per poi conoscere i primi interventi di sistemazione e delimitazione agraria in età repubblicana (in epoca graccana).
In età imperiale si è giunti a una monumentalizzazione infrastrutturale con ponti in muratura e pavimentazione in basolato lapideo, fino al definitivo superamento dell’isolamento montano con il novus cursus della Via Traiana, che ha integrato l’Irpinia nei grandi flussi commerciali e militari tra Roma, il Mediterraneo e l’Oriente.
Italo Abate