Valle Caudina: cronaca poco mondana di un manto sbagliato

Redazione

Valle Caudina: cronaca poco mondana di un manto sbagliato. Nel corso della mia ormai trentennale attività di ricerca sulla storia caudina mi è non di rado accaduto di imbattermi in stravaganze più o meno divertenti, spesso involontariamente ilari, talvolta irrefutabilmente irritanti. L’elenco sarebbe lungo, ma non privo di qualche interesse. Quello che intendo segnalare in questa occasione fa parte della seconda varietà, con l’aggravante della desolazione.

La Madonna della Libera è sempre stata portata in processione l’otto settembre, sempre. E sempre questa data ha segnato in buona parte la vicenda storica e antropologica di Moiano. L’otto settembre a Moiano non è una data, è un intero calendario tradotto nella lingua di un solo giorno. È un giorno lungo un intero anno, in cui i moianesi si conformano seguendo un loro istintivo corso interiore.

L’otto settembre non è solo la festa della madonna nera di Moiano, è proprio la festa dei moianesi nel loro volgere storico. Tuttavia esistono alcune eccezioni. Nel XIX secolo ho rinvenuto altre processioni straordinarie, in voto della pioggia dopo devastanti periodi di siccità. Per ragioni quindi ben più cogenti e legate alla vita della comunità, come è facile comprendere.

Quali sarebbero invece le ragioni di questa pretesa straordinarietà odierna? Sembra che in un primo tempo si volesse cercare di legare questa processione straordinaria a una generica speranza di uscita dal periodo pandemico. Successivamente, stando a quanto si legge nel manifesto di annuncio, l’intenzione è divenuta quella di un gesto penitenziale per scongiurare la guerra.

Lodevole, ma improprio. È forse terminata l’epidemia? Ahinoi, no. È forse terminato il conflitto bellico tra Russia e Ucraina? Ahinoi, no. È forse terminata l’attività bellica che martirizza lo Yemen da otto anni? Ahinoi, no. Allora per quale ragione insistere così pervicacemente nel tenere questa processione straordinaria? I sagaci della domenica diranno si tratti di un atto propiziatorio al fine di scongiurare genericamente il male della guerra.

Ma se così fosse, allora si dovrebbe ammettere l’uso perlomeno idolatrico della madonna nera, a questo punto svilita a ruolo di semplice amuleto scacciaguai munito di autocarro. E ciò presenterebbe un approccio perlomeno ingenuo, una ingenuità insidiosa, inutile se non controproducente. Se passa tale criterio, presto si vedranno numerose le processioni straordinarie per ogni altro valido motivo, uno pur che sia, non importa quale.

Processioni straordinarie per la tutela dei diritti della donne, altre per la fame nel mondo e altre ancora contro lo scioglimento dei ghiacci polari. Non è chi non veda in questo un fuor d’opera di desolante nettezza.

E che cosa dovremmo pensare qualora si scoprisse che all’annunciata processione fossero raccolte offerte? Come si potrebbe conciliare la raccolta di offerte con quella che è presentata come una preghiera per la pace in un periodo penitenziale? Sarebbe nondimeno sorprendente.

Per questo si ha come la sensazione si fosse solo alla ricerca di un qualche pretesto credibile per una sorta di apologia processionale, la maniera cocciuta di dar seguito a una decisione già assunta a prescindere. Mi auguro non poco di essere stato pervaso da un eccesso di pessimismo.

Tornando ai fatti, poiché ci troviamo nel periodo quaresimale non è consuetudine nella liturgia tenere processioni con altro che non siano i segni della passione. In altre parole, trovandoci noi nella Quaresima si sarebbe potuto tenere una processione con un più opportuno crocefisso, come da prassi. Per i sagaci della domenica c’è un esempio noto.

La processione solitaria di Papa Francesco nel 2020, in piena epidemia. Recava egli una madonna con sé? Un crocefisso, invece, guarda il caso. A questo riguardo voci insistenti riportano un clima di forte dissenso nel clero locale, vedremo se saranno confermate da atti e gesti concreti che ci permettano di saperne di più.

Lo dico qui in maniera si spera chiara e comprensibile. Adagiare un manto nero sulla Madonna della Libera di Moiano è un insulto alla memoria e alla storia di una comunità, uno strafalcione imbarazzante e triste, un ircocervo iconico, una insalata teologica, una barbarie antropologica. E la gravità non è soltanto il gesto in sé, quanto proprio la leggerezza con cui lo si è compiuto.

Non si tratta di un semplice pezzo di stoffa in capo a una immagine sacra, è la violazione di un codice simbolico, la frattura di una continuità emotiva che in tutta evidenza è sfuggita a coloro che hanno preso questa decisione.

La madonna nera non è esattamente una panca da chiesa che si possa imbellettare a piacimento con adornamenti dal gusto vieto, si riuscirà mai a comprenderlo una buona volta? Quand’è che ci si renderà conto della necessità di decidere qualcosa solo dopo una ponderata riflessione, magari chiedendo pareri non affidati solo alla propria sicumera? Il nero lucido e quello opaco non potrebbero avere nomi diversi?

Così si chiedeva un celebre pensatore del Novecento. E invece siamo affidati al cieco che in una stanza buia cerca un cappello nero. E il cappello non c’è. Tutto questo, in altri termini, presenta gli indizi di una allarmante confusione. Se proprio il manto nero avesse suscitato una tale, irresistibile fascinazione, forse sarebbe stato decisamente più coerente, per così dire, portare in processione la Madonna Addolorata, che segnalo trovarsi proprio nella stessa chiesa parrocchiale.

Francamente desta sgomento l’arbitrio di un parroco pro tempore che intende porre mano incautamente ai segni portanti di un culto antico, e per molti versi ancor autentico. Possibile poi che quanti dovrebbero coadiuvarlo, mentori e anfitrioni sperabilmente avveduti, non abbiano avuto parole di saggezza e prudenza per riportarlo in un contesto di maggiore ponderatezza?

Un parroco, proprio per la sua natura transitoria, può naturalmente decidere le cose, ma non tutte le cose. Esistono ambiti decisionali in cui la semplice esperienza impressionistica non può prevalere sui processi di valutazione oggettiva. Vale a dire che se è lecito assumere le proprie decisioni spettanti al proprio ufficio, non è altrettanto possibile assumere decisioni che alterino anche solo potenzialmente il senso e la storia in cui una comunità si riconosce, piaccia o meno. Stupisce quindi non poco come qualcuno non si sia accorto di questa distinzione, peraltro semplice.

Il valore della complessità di un insieme di segni che connotano la storia di un culto come questo, risiede nella comunità che lo esprime e lo rende vivo nella esperienza storica. Non pertiene certamente al parroco di turno – non importa chi – il quale deve anzitutto intuire e conoscere questa complessità, rispettarne la lunga storia, comprenderla per quanto possibile, auspicabilmente amandola, astenendosi da ogni azione che ne infici il senso.

I cambiamenti sono processi complessi e incessanti, collocati in una prospettiva storica che spesso sfugge alla percezione immediata, non è faccenda da risolvere nel quotidiano. E di certo non sono pertinenti alla prurigine della improvvisazione e della imperizia. In questo senso se ne ha abbastanza di segnalare e denunciare ogni volta le continue manomissioni e i danni arrecati al nostro patrimonio culturale.

La madonna nera, San Sebastiano, San Pietro, il complesso dell’area fluviale dell’Isclero, l’architettura superstite (per fare solo un breve e tragico elenco). Ed è giunto finalmente il momento in cui i moianesi si pongano in netto contrasto con queste dissennate attitudini intrise di provincialismo vandalico. Chi non lo facesse se ne renderebbe complice, è bene saperlo. Un complice vile e silente, fariseo un tanto al chilo.

Vi è poi la questione, non meno importante, della sicurezza della immagine sacra. Non più tardi del 2014, nell’ambito delle celebrazioni del centenario della incoronazione di Santa Maria di Moiano, fu inizialmente pensato di portare fisicamente la madonna nera presso alcune delle comunità viciniori. Airola, Bucciano e Luzzano. Tale ipotesi fu subito accantonata proprio perché furono evidenti i pericoli che la statua avrebbe corso. E mi riferisco a una circostanza di portata e di importanza ben più ampia della presente, ciò malgrado prevalse la prudenza.

La Madonna della Libera, Santa Maria di Moiano, è un gruppo scultoreo creato originariamente da un monoblocco di ulivo in altorilievo. Era cioè cava e incassata nella nicchia del suo altare posto nella antica chiesa parrocchiale di Santa Maria di Moiano. E giova ricordare come la madonna nera fosse sempre stata portata in processione a spalla.

Non per un vezzo, non per insipienza, non per mancanza di autovetture, ma proprio perché portarla a spalla è sempre stato il modo migliore per ridurre in maniera significativa le sollecitazioni potenzialmente pericolose ai fini della sua tutela. Perché mai, dovrebbero chiedersi i moianesi di oggi, nessuno ha mai pensato nel corso del passato di portare la madonna utilizzando un carro a trazione animale?

Proprio perché oggi, come allora, le sollecitazioni provenienti dalla superficie stradale avrebbero provocato stress e tensioni che sarebbe bene evitare a un manufatto databile perlomeno agli inizi del XV secolo. In passato l’hanno capito, noi fatichiamo a capirlo. E dire che non occorreva un particolare acume, non occorreva una sontuosa dottrina per arrivare a capire quel che il semplice buon senso avrebbe dovuto suggerire.

Anche per questa ragione sconcerta l’incredibile superficialità alla base di questa scelta. Senza contare la responsabilità enorme qualora tutto questo comportasse eventuali danni alla struttura della statua. È bene ricordare in questo senso come la madonna nera di Moiano non sia solo un importante simbolo del culto mariano della Campania interna, ma anche un significativo frammento della grande scultura medievale in Campania. Un frammento prezioso che dunque la Soprintendenza è fermamente invitata a tutelare stante i suoi doveri istituzionali.

Sono state vagliate con l’attenzione del caso le misure di sicurezza volte a tutelare l’incolumità della statua? Da chi sono state eventualmente valutate e con quali criteri? Sono state preventivamente coinvolte le istituzioni preposte a un evento di modalità così insolita e che prevede conseguentemente misure extra ordinarie?

Sono state pertanto coinvolte, anche al fine di un parere di carattere consultivo (laddove non di natura cogente proprio per la natura vincolistica del caso) la Soprintendenza e i Vigili del Fuoco? E che ne è di quegli uffici della diocesi, su tutti quello dei beni culturali diocesani, che pure avrebbero potuto e dovuto esercitare la loro funzione se debitamente informati?

Per finire, è bene precisare che le mie intendono essere parole di un moianese che si rivolge ai moianesi, e a quanti amino variamente le cose caudine, cercando di segnalare loro non solo la necessità della vigilanza della casa comune, ma proprio la bellezza e la speranza di trovare sempre più la storia di sempre nella propria storia quotidiana. Non dimenticando mai che tutto quello che noi usiamo chiamare Madonna della Libera, altro non è che gli occhi della storia di tutti quelli che l’hanno scritta in silenzio. Cerchiamo di non renderli ciechi, definitivamente.

Giacomo Porrino