Valle Caudina: il vaso di Assteas continuamente scippato al territorio. Esistono luoghi dell’anima. Tracce visibili della memoria, cuciture perfette tra storia e avvenire. Forme che il tempo trova per non dimenticare mai il suo debito col passato.

Il cuore caudino

E, se la Valle Caudina ed il Sannio avessero  un cuore, probabilmente esso non potrebbe che dimorare, cullato dai secoli e dalla bellezza, in quello che è stato opportunamente definito “il vaso più bello del mondo”: il celebre cratere di Assteas, manufatto artistico di straordinario pregio, nonché gioiello di intramontabile valore.
Modellato e dipinto tra il 350 e il 320 a.C., alto circa 70 cm, esso appartiene alla tipologia dei crateri a forma di calice a figure rosse, usati per mescere acqua e vino secondo il rituale del simposio greco e decorati, sovente, da scene mitologico-teatrali.
Il famoso reperto reca la firma di Assteas, ceramografo titolare di una delle botteghe artigiane più in voga dell’antica Paestum e tra i più noti e fecondi pittori a figure rosse della Magna Grecia, nonché uno dei pochi artisti dell’antichità il cui nome ci sia pervenuto.

Il mito de Il Ratto d’Europa

E accanto ad esso, non poteva che figurare sul corpo centrale del vaso, cristallizzato in un’immagine di immortale bellezza, l’episodio del mito del Ratto d’Europa: il rapimento della bellissima principessa fenicia, figlia di Agenore e Telefassa, da parte di Zeus che, preso d’amore per lei, assume le sembianze di un possente toro bianco giunto a ghermirla.
Per trasportarla via lontano, lontano, dalle sponde del mare dov’ella si era recata ad intrecciare romantiche ghirlande di fiori fino alla mitica isola di Creta.
Riemerso dall’antica sannita Saticula (odierna Sant’ Agata de’ Goti) negli anni ’70, dove fu rinvenuto da un operaio edile, il celebre vaso ha tuttavia attraversato una lunga ed incredibile epopea, seguendo un copione tristemente ricorrente nel traffico illecito di reperti trafugati in Italia.
Dalla sepoltura patrizia in cui per secoli è rimasto interrato come corredo funebre sino alla vendita, si pensi, persino sul mercato nero al modico prezzo di un milione di lire ed un maialino. Da un deposito segreto in Svizzera in attesa di un acquirente, sino all’esposizione al Getty Museum di Malibu in California (1981-2005).
Per poi fare ritorno, finalmente, in Italia, tra i suoi meravigliosi luoghi di origine, dove oggi arricchisce in particolare un’area già nota ad esperti ed appassionati grazie alla presenza del Museo Archeologico Nazionale del Sannio Caudino di Montesarchio (BN).
Qui, dove il vaso fa bella mostra di sé circondato da collezioni di grande valore ed entro i suggestivi spazi della Torre, turisti e visitatori sono stati coinvolti e catturati sin dal primo istante dal racconto delle tante scene del cratere, narrate attraverso tecnologie innovative e diverse modalità di rappresentazione (videoproiezioni, olografie, minimapping), in rassegne che hanno costituito ulteriori tappe del percorso inaugurato nel 2013 con l’esposizione “Rosso Immaginario: il racconto dei vasi di Caudium”, allestita all’interno del medesimo Castello di Montesarchio.
Montesarchio , sorta sulle rovine dell’antica Caudium, è terra volitiva, da sempre fedele a istinti di crescita e di sviluppo, sin da quando antiche popolazioni vi fondarono centri abitati ai piedi del Taburno. E di tale paesaggio, di tali centri, proprio il Taburno costituisce l’anima viva e pregnante, narrando di tali genti, della loro mentalità appenninica, sempre attiva e dinamica, mai fatalisticamente ferma.
Un paesaggio e la sua anima raccontati, dunque, anche dal celebre cratere che straordinariamente vi troneggia, e che enuncia tutto l’humus fondante di tale territorio. Oltre ogni confine comunale, oltre ogni angusto limite.

Rete di relazioni

Il senso più compiuto della restituzione del cratere all’Italia è risieduto, non a caso, proprio nella sua ricollocazione all’interno del territorio di provenienza, al fine di ristabilire quella fitta rete di relazioni e di scambi che illuminano il vaso stesso e il luogo in cui è inserito, al di là della rilevanza estetica dell’opera in sé.
Conferendo valore al luogo, al territorio e alla sua popolazione, il vaso di Assteas ne riemerge a propria volta come tassello di identità e di storia; ne assume ancor più valore che se fosse esposto finanche nel più avanzato e tecnologico dei musei internazionali.
E pur tuttavia, dal suo rientro in Italia, per il vaso di Assteas è iniziato invece un lungo peregrinare che ne ha decretato, a buon diritto, lo status di “star internazionale” dell’Archeologia, sull’onda del clamore suscitato dalla sua restituzione. A partire dal 2007, infatti, il vaso è stato esposto in diverse città europee: da Montesarchio a Napoli, da Paestum a Sant’Agata de’ Goti, fino a raggiungere il Quirinale di Roma, la sede dell’UNESCO di Parigi e l’Expo di Milano.

Vaso in trasferta

Sicché al momento attuale, ancora una volta, il vaso è nuovamente in trasferta. Toccato in prestito al Museo Nazionale delle Terme di Diocleziano di Roma, già dallo scorso 3 maggio e sino al 30 luglio, attualmente figura nella mostra “L’istante e l’eternità: tra noi e gli antichi”, accanto ad oltre 300 eccezionali pezzi d’arte greca, romana, etrusco-italica, medievale, moderna e contemporanea, al fine di porre l’accento sul rapporto dell’uomo con l’arte odierna e quella antica.
E tutto ciò, paradossalmente, proprio nel momento in cui, con l’avvento della bella stagione, il conseguente maggiore afflusso di visitatori e l’incremento del turismo di massa, il prezioso reperto potrebbe invece accrescere e restituire ancor più dignità e decoro al museo caudino, alla rinomanza dei nostri luoghi e, con essi, all’intera Valle.

Il valore identitario

Contrariamente alla linea di tendenza seguita da ben 31 anni orsono, occorrerebbe invece far risentire, far riscoprire la presenza di questo prezioso manufatto come un concreto valore identitario; stimolare, tramite esso, il gusto per la conoscenza, per la scoperta del Bello come strumento di crescita spirituale e non già, invece, puramente economica.
Quasi in una spasmodica rincorsa di cronica promozione, troppe volte destinata a ridurre quello che è a tutti gli effetti un unicum della storia dell’Arte al deplorevole rango di mera tappezzeria di lusso. Occorrerebbe recuperare opere di tal fatta alla nostra comunità, ricontestualizzarle nel tessuto connettivo che le ha generate, restituendo loro la più vera e autentica dignità culturale che vi sia: quella del loro contesto di appartenenza.
Poiché, se è vero che ogni opera d’arte appartiene all’umanità intera, è tanto più vero che essa acquisisce valore di civiltà solo dalla conoscenza e dalla relazione profondamente intima, idraulica, geografica e fisica insieme coi luoghi che l’hanno prodotta. Con la cultura che l’ha generata.
Con il paesaggio che l’ha suggerita. Con quel “Genius loci” che ne rappresenta tutta l’aura romantica, che vive in simbiosi con ciò che gelosamente ha da custodire. Che vede nel suo aspetto caratteristico, nel suo scenario naturale, nelle qualità di ciò che culturalmente ha secreto ed ereditato, il suo patrimonio di inestimabile valore.
E perché, come anche la stessa Marguerite Yourcenar scriveva, non c’è nulla di più prezioso, e allo stesso tempo di più fragile, delle opere d’arte e dell’equilibrio coi loro luoghi. Tutto sopravvive, in fondo, ai nostri interventi, lasciando immutati persino i testi, persino le parole, persino i gesti; ma il minimo restauro impudente inflitto alle pietre, una strada asfaltata tesa ad attraversare un campo di grano laddove da secoli l’erba cresceva, l’asportazione di un pezzo di cuore dal suo mediastino causano spesso l’irreparabile. Ne annullano l’identità. Ne contaminano la pace. Ne perturbano l’armonia.

La resistenza della bellezza

Esse, invece, come nella stessa Montesarchio e in tanti altri centri della nostra Valle Caudina, sono e restano l’emblema di aree interne che non si arrendono e che, nella Bellezza, trovano il pretesto per plasmare, con amore e passione, aneliti di creativa, originale, autentica rinascita.
Proprio la stessa con cui, con indefessa ostinazione e quasi magica aspirazione all’eternità, un’opera d’arte puntualmente, sempre riemerge, tra l’antichità delle rovine e le macerie del tempo.

Serena Fierro