Valle Caudina: la storia di Cesare o Bicciaciucce

Un racconto veramente delizioso

Redazione
Valle Caudina: la storia di Cesare o Bicciaciucce

Valle Caudina: la storia di Cesare o Bicciaciucce. La storia che vado a narrare è realmente accaduta.

È quindi il resoconto di un evento che, nel bene e nel male, ha segnato indelebilmente la vita del protagonista e successivamente della sua famiglia. Cercherò di dipingervi la scena per come accadde, stando alle dichiarazioni di alcuni figli e a quanto riferitomi a conferma da persone più anziane di me.

La storia si è svolta subito dopo l’immediato dopoguerra o appena prima che il secondo conflitto mondiale terminasse. A quei tempi, occorre ricordare che non esisteva la meccanizzazione di oggi per svolgere i lavori nei campi.

Per adempiere a tali attività, dalle nostre parti, i più ambienti o fortunati disponevano di un mulo o un asino detto pure ciucce, qualcuno pure un paio di buoi di pura razza chianina; mentre tutti gli Altri avevano la TPS (tacco-punta e suola cioè andavano a piedi) e la mitica zappa. Inoltre, la proprietà era eccessivamente frammentata e sparsa anche in comuni diversi da dove si viveva, comportando quindi spostamenti continui di persone e degli animali allora usati.

Precisiamo pure che l’abitato di Zolli di Roccabascerana, luogo dell’evento, al 90% circa, è ubicato lungo l’unica strada a servizio di tutti, e lungo questa strada, soprattutto dove da mezzogiorno calava la frescura, che permetteva appunto di freschiare, e riposarsi dopo il lavoro nei campi che iniziava al mattino molto presto, di notte.

Aggiungo ancora due piccole considerazioni. All’epoca era molto forte il rapporto tra le pesone e capitava spesso che oltre al buongiorno o buona sera di circostanza, avendone tempo e voglia, si scambiasse anche qualche battuta con chi si incontrava lungo il tragitto.

Molti animali di quelli che vivono con l’uomo, col tempo diventano come ammaestrati, abitudinari per la ripetitività delle loro azioni, fino quasi a svolgerle da soli, senza guida, come è il caso del ciuccio, cosa possibile anche per l’assenza di traffico veicolare.

Zi Ngiulille o Cettul (Angelo il nonno di Angelo Nazzaro il figlio di ze Maria Domenica) tornava da Saggiane dove aveva la terra per recarsi a Squillani dove abitava nel vicolo sotto al cafè, col proprio asino carico all’inverosimile di cime secche di granoturco, leggere sì ma voluminose.

A quei tempi si scimmava, si tagliavano le punte della pianta di granoturco e secche, venivano conservate per foraggio invernale.

Zi Ngiulille, o perché gli piacesse, o perché predisposto, mentre si ritirava, non lesinava di scambiare qualche battuta con chi incontrava e succedeva pure che o ciucce, potesse sopravanzare il conducente, tanto non cerano allora macchine lungo la strada.

Non è possibile oggi stabilire se o ciucce fosse condotto o conduceva, il padrone.

Fatto sta che o ciucce passò solo e così bardato, davanti casa di Cesare Russo, il protagonista dell’evento, seduto a freschiare, in compagnia di Elia Pallotta che aveva appena buttato un mozzicone di sigaretta[1].

Nel vedere l’asino così caricato, Cesare, che non fumava, raccoglie il  mozzicone e rivolto ad Elia, esclama: vuoi vedere che abbiccio o ciucce? E lancia il mozzicone verso l’asino.

Quando il diavolo ci si mette, il mozzicone finisce addosso all’asino. Sarà per il caldo, o per le cime secche trasportate, altamente combustibili, il carico prende fuoco.

L’asino giustamente spaventato, in mezzo alle fiamme cerca scampo buttandosi tra le siepi che allora costeggiavano la strada inseguito da zi Cesare, zi Ngiulille e altri e poiché il carico era legato fu difficoltoso liberarlo, tante che si ustionò abbastanza.

Fu necessario far intervenire il medico per curarlo e si dice che gli prescrisse un unguento particolare fatto di albume d’uovo battuto in olio di casa, l’olio che oggi chiamiamo e.v.o..

In proposito, stando ai vari racconti ascoltati, più di uno, hanno concordato sul fatto fu necessario più di una damigianetta d’olio per preparare le creme. Forse, sicuramente perché o ciucce era gruosso o il buon zi Ngiulille così intese farsi rifondere in parte il danno patito.

In proposito si narrava pure che il buon Cesare, quando il medico prescrisse l’unguento e i componenti necessari olio e circa una quindicina di uova per volta, abbia esclamato: duttò a vellunia è po ciucce ma e nozzole a me! (dottore, l’albume serve per all’asino ma i tuorli restano a me).

Per fortuna di tutti l’asino guarì e si riprese completamente.

Il fatto ebbe solo un costo materiale per il buon Cesare però gli apportò anche la fama che ci sarà fin quanto tramanderemo le nostre storie a chi verrà dopo di Noi.

E da quel giorno Cesare Russo divenne per tutti Cesare o Bicciaciucce e la sua famiglia è ancora oggi indicata cosi, anche oltre la Valle Caudina dove si svolsero i fatti.

Antonio Testa

[1] dichiarazione orale raccolta da Olga Russo figlia di Cesare.