Valle Caudina: bruciare è solo un metodo per tombare i rifiuti
Quello di Airola è solo uno dei tanti siti bruciati in questa estate
Valle Caudina: bruciare è solo un metodo per tombare i rifiuti. “L’incendio di Airola è l’ultimo di una sequenza che durante questa estate ha interessato impianti e siti di gestione dei rifiuti in diverse parti d’Italia. Ogni episodio ha una propria storia e cause che devono essere accertate, ma il ripetersi di questi eventi deve spingerci a una riflessione più ampia”.
Lo afferma Claudia Salvestrini, direttrice generale del Consorzio nazionale del riciclaggio dei rifiuti dei beni in polietilene PolieCo, dopo il vasto incendio che ha interessato il sito della Eco Energy ad Airola, nel Beneventano, dove le fiamme hanno coinvolto prevalentemente rifiuti plastici e carta stoccati in balle.
L’impianto era già sottoposto a sequestro e la società Eco Energy è stata coinvolta nell’operazione “Erebus” della Direzione distrettuale antimafia di Bari, relativa a episodi di sversamento illecito di rifiuti tra Puglia e Campania.
Le cause del rogo restano da accertare.
“PolieCo da anni richiama l’attenzione sul fenomeno degli incendi negli impianti e sul rischio che il fuoco possa trasformarsi in una nuova modalità di tombamento dei rifiuti. Ma fermarsi all’incendio significa guardare soltanto l’ultimo anello della catena.
La domanda da porci è cosa accade ai materiali prima, durante e soprattutto dopo la raccolta”.
Per Salvestrini occorre partire da una riflessione sul modello di raccolta differenziata sviluppato negli ultimi anni.
“Abbiamo costruito un sistema molto concentrato sulle quantità: percentuali di raccolta differenziata, tonnellate intercettate, obiettivi sempre più elevati. Sono risultati importanti, ma non possono essere l’unico parametro. Raccogliere separatamente un rifiuto non significa averlo riciclato.
La vera sfida è la qualità di ciò che raccogliamo e la possibilità che quel materiale torni effettivamente nei cicli produttivi”.
Una distinzione che diventa ancora più importante guardando a quanto accaduto negli anni.
“Abbiamo visto rifiuti italiani prendere la strada dell’estero, anche per migliaia di chilometri, spesso destinati a impianti inesistenti o inadeguati e abbiamo conosciuto altre stagioni segnate da incendi di capannoni, depositi e impianti.
Sono fenomeni diversi, che non possono essere automaticamente sovrapposti, ma che pongono una stessa domanda: qual è la destinazione effettiva dei materiali che immettiamo nel circuito del recupero?”.
Il punto, per Salvestrini, è quindi spostare progressivamente l’attenzione dalla sola raccolta all’effettivo riciclo.
“Non basta sapere quanto raccogliamo. Dobbiamo sapere quanto ricicliamo davvero, con quale qualità, dove e attraverso quali passaggi. La tracciabilità deve permetterci di seguire il materiale fino alla sua effettiva trasformazione in nuova materia”.
“Il fuoco arriva alla fine”, conclude Salvestrini. “Prima ci sono i rifiuti, i loro passaggi, gli stoccaggi e le destinazioni. È lì che dobbiamo guardare. Perché la vera domanda non è soltanto perché un impianto brucia, ma quale storia hanno i rifiuti che vi sono arrivati”.