Le scrivo non soltanto come cittadino, ma soprattutto come padre.
Sono un genitore di Airola e, in questi giorni, vivo con profonda delusione e amarezza una situazione che non avrei mai immaginato di dover raccontare al Presidente della Repubblica.
A pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, mio figlio e tanti altri ragazzi non sanno ancora con certezza se il prossimo 15 settembre potranno entrare nella loro scuola.
La scuola dell’obbligo, quella che dovrebbe rappresentare la normalità più semplice e naturale per ogni bambino e per ogni famiglia, ad Airola è diventata una domanda senza risposta.
Ho presentato istanze e chiesto chiarimenti all’Amministrazione comunale. Ho interessato anche il Prefetto di Benevento, chiedendo che venissero accertati lo stato dell’opera, i tempi effettivi di apertura del nuovo Polo scolastico e il cronoprogramma relativo alla palestra.
Eppure, a oggi, noi genitori continuiamo a vivere nell’incertezza.
Signor Presidente, io non Le scrivo per tediareLa con una vicenda amministrativa locale. Le scrivo perché dietro una scuola che non si sa quando aprirà ci sono bambini, ragazzi, famiglie e il loro diritto alla normalità.
Molti anni fa, insieme a mia moglie, decisi di trasferirmi ad Airola. Lo facemmo per scelta, con convinzione. Cercavamo per la nostra famiglia un luogo nel quale vivere, crescere i nostri figli e costruire un progetto di vita diverso, lontano dalla frenesia, con tempi più umani e una comunità nella quale sentirci parte.
Oggi, guardando quello stesso progetto, sento dentro di me qualcosa che assomiglia al fallimento.
Non soltanto per la scuola.
La nostra terra è stata martoriata anche da un gravissimo disastro ambientale, che ha ferito profondamente la comunità e ha aggiunto paura, rabbia e incertezza a una situazione già difficile.
E allora mi chiedo: quanto può essere gravoso, per una famiglia, scegliere di restare?
La restanza, parola che spesso utilizziamo per raccontare l’amore e la volontà di non abbandonare i nostri territori, non può diventare un sacrificio infinito. Restare deve essere una scelta sostenibile, non una prova quotidiana di resistenza.
Io vorrei continuare a credere nella mia comunità.
Vorrei poter dire a mio figlio che abbiamo fatto bene a scegliere Airola.
Vorrei semplicemente accompagnarlo a scuola il 15 settembre e vederlo entrare in un edificio sicuro, dignitoso e pronto ad accoglierlo.
Chiedo davvero poco, Signor Presidente: che la scuola apra. Che la campanella suoni. Che a mio figlio venga garantito ciò che dovrebbe essere garantito a ogni ragazzo della Repubblica.
Se anche il 15 settembre quella campanella non dovesse suonare per gli studenti della scuola media, sentirei di non poter più restare in silenzio.
Sono pronto, se necessario, a mettere in atto una forma di protesta personale e non violenta, anche estrema, arrivando persino a incatenarmi davanti alle istituzioni.
Non per sfida.
Non per odio.
Ma perché lo devo a mio figlio e alla mia coscienza di padre e di cittadino.
Non voglio che questa mia decisione venga interpretata come un gesto contro qualcuno. È, al contrario, un grido di aiuto.
Signor Presidente, ci aiuti.
Ci aiuti a non perdere la fiducia nelle istituzioni.
Ci aiuti a non dover spiegare ai nostri figli perché in Italia, nel 2026, a pochi giorni dall’inizio delle lezioni, una famiglia non sappia ancora se il 15 settembre la scuola sarà pronta ad accoglierli.
So bene che la Presidenza della Repubblica non è chiamata a sostituirsi alle amministrazioni territoriali. Ma so anche che la Sua voce rappresenta per milioni di cittadini il senso più alto delle istituzioni e della Repubblica.
Per questo Le affido la mia amarezza, la mia preoccupazione e, soprattutto, la speranza di un padre.
Faccia in modo che questa voce non rimanga inascoltata.
Per mio figlio.
Per tutti i ragazzi di Airola.
Per le loro famiglie.
Per il diritto di chi sceglie di restare in questa terra a poter ancora credere nel proprio futuro.
Con profonda deferenza,
Raimondo BORRIELLO
Cittadino e padre di Airola