Cervinara: la fame, tutte le cose che il pane non può saziare

Sara Francesca dedica il quinto capitolo del diario dell'accoglienza della comunità Giovani Vite alla storia di Roman

Redazione
Cervinara: la fame, tutte le cose che il pane non può saziare

Cervinara: la fame, tutte le cose che il pane non può saziare. La fame è una parola ingannevole. Fa pensare a ciò che manca. Eppure, nelle storie che abbiamo ascoltato, la fame non nasceva dalla mancanza, ma dalla responsabilità, dal desiderio ostinato di costruire qualcosa di migliore.

Quando si parla di fame si immagina quasi sempre uno stomaco vuoto. Eppure esistono forme di fame molto più silenziose: fame di sicurezza, di futuro, di dignità, di una casa, di una telefonata che rassicuri una madre lontana, di normalità.

Roman è stanco. Non fisicamente, ma esistenzialmente. Ha sedici anni e, in alcuni momenti, sembra portarne addosso molti di più. Ha attraversato l’Egitto, la Libia, il Mediterraneo, Lampedusa, Bologna, Milano e infine Cervinara. Ha conosciuto la fame reale, la privazione, la violenza e la strada.

Ma la ferita più profonda non sembra essere ciò che ha subito. Sembra essere ciò che sente di dover fare. Ai ragazzi italiani viene spesso chiesto: «Cosa vuoi diventare?». A Roman, invece, la vita ha posto una domanda diversa: «Chi aiuterà tua madre?».

Ogni suo progetto sembra nascere nello stesso punto. Non dal desiderio di arricchirsi o dalla ricerca del successo, ma dalla volontà ostinata di migliorare la vita della propria famiglia.

Forse la vera domanda che Roman pone al nostro territorio non riguarda l’immigrazione. Riguarda il significato della responsabilità.

In una società che spesso prolunga l’adolescenza e rimanda le scelte importanti, questi ragazzi arrivano portando con sé una visione completamente diversa della vita, costruita sul dovere, sul sacrificio e sulla convinzione che il proprio futuro abbia senso soltanto se riesce a migliorare quello di qualcun altro.

Roman ha conosciuto molte forme di fame. Alcune si possono raccontare, altre no. Ma la più potente di tutte continua ad accompagnarlo ogni giorno. È la fame di poter chiamare sua madre e dirle una frase semplicissima: «Adesso puoi riposare. Ci penso io».

L’incontro con questi ragazzi ci costringe a confrontarci con una realtà in cui il senso di responsabilità arriva spesso prima delle opportunità, il dovere precede il desiderio e un adolescente può sentirsi chiamato a sostenere una famiglia prima ancora di aver avuto il tempo di comprendere pienamente sé stesso.

Non si tratta di stabilire quale modello sia migliore. Si tratta di riconoscere che esistono vite nelle quali il concetto stesso di adolescenza assume significati profondamente differenti.

È proprio in questo spazio di confronto che l’accoglienza smette di essere assistenza e diventa conoscenza reciproca. Perché questi ragazzi imparano dall’Italia il valore della formazione, della tutela e dei diritti, ma anche il nostro territorio può imparare qualcosa da loro: la resilienza, la gratitudine, la capacità di attribuire valore alle cose essenziali e, soprattutto, una domanda che raramente ci poniamo: per chi stiamo costruendo il nostro futuro?

La vera fame di Roman non è mai stata quella che si prova quando ci manca il pane. Quella, in qualche modo, si sopporta. Più difficile è convivere con la fame di riscatto, con la fame di dignità, con la fame di un futuro abbastanza grande da contenere i sacrifici di chi è rimasto indietro ad aspettarti.

Perché esistono adolescenti che sognano una macchina, altri che sognano una vacanza, altri ancora che sognano la libertà. E poi esistono ragazzi come Roman, che hanno attraversato il mare con un desiderio infinitamente più semplice e infinitamente più pesante: non diventare qualcuno, ma diventare abbastanza forti da non lasciare soli quelli che amano.

Sara Francesca