Cervinara: la lunga storia di piombo e sangue di piazza Trescine

Non è di certo il primo episodio violento che si registra in piazza

Redazione
Cervinara: la lunga storia di piombo e sangue di piazza Trescine

Cervinara: la lunga storia di piombo e sangue di piazza Trescine. Cervinara: la lunga storia di piombo e sangue di piazza Trescine. Centosessantasei anni di cronaca nera all’ombra del campanile. Storia di una piazza dove il piombo è un dialetto permanente.

​Prendete una mappa della Campania, zoomate sulla Valle Caudina e fermatevi a Cervinara. Lì c’è uno slargo che si chiama Piazza Trescine.

Se si ascoltano i discorsi ufficiali o i comunicati istituzionali, la provincia italiana viene spesso raccontata come il luogo dell’idillio, della quiete, delle serate estive in cui i giovani si radunano semplicemente per stare insieme.

​Poi però si aprono gli archivi, si incrociano i verbali, si leggono i diari e si scopre che a Piazza Trescine il tempo non scorre: gira in tondo, sempre sulla stessa traiettoria. Quella dei proiettili. Un palcoscenico di pietra che da oltre un secolo rigurgita lo stesso identico copione: lo Stato che arriva in ritardo, la folla che guarda e la violenza che si prende la scena.

​30 novembre 1860: Il battesimo del sangue

​Tutto comincia quando l’Italia è unificata da pochissimo. A Cervinara arrivano i garibaldini. C’è un diario, scritto da un militare che si chiama Antonio Binda, che documenta la fredda cronaca di quella sera. I soldati arrivano in Piazza Trescine, davanti al vecchio Municipio, e trovano un uomo di guardia. Per capire da che parte stia, gli gridano il motto d’ordinanza: “Viva Garibaldi!”.

​Il cittadino, fermo e impassibile, risponde senza esitare: “Viva Francesco Secondo”.

​Il capitano ordina ai suoi di non sparare, ma la truppa fa di testa propria: una gragnola di proiettili lo crivella sul colpo. L’annotazione finale del garibaldino nel suo diario gela il sangue per la sua totale indifferenza: “Il cadavere fu trascinato altrove ed io mi riposai”. Il tono della piazza, purtroppo, è già fissato.

​Pasqua del 1944: La vendetta di Zi’ Meo

​Facciamo un salto in avanti fino alla Seconda Guerra Mondiale. Gli alleati sono arrivati, ma a Cervinara le regole della giustizia fai-da-te non sono mai svanite. Il figlio di un tal “Zi’ Meo” viene licenziato dagli inglesi per cui lavorava come camionista a causa di una delazione. Il padre individua subito il colpevole della spia: un uomo di Valle, di nome Vincenzo, che fa l’interprete per le truppe occupanti. L’avvertimento è netto: “Fai assumere di nuovo mio figlio, altrimenti non arrivi a Pasqua”.

​Vincenzo non dà peso alle parole del vecchietto, convinto sia solo uno sfogo. È il Venerdì Santo, la piazza è gremita di fedeli radunati nei pressi della chiesa della Madonna del Carmine per celebrare la Passione di Cristo. Proprio in quel momento Zi’ Meo si presenta, estrae la pistola, uccide l’interprete a bruciapelo davanti alla folla e si dà alla macchia.

​1981: La rivolta contro le forze dell’ordine

​Arriviamo agli anni Ottanta. I Carabinieri intervengono nella piazza per un normale controllo nei confronti di un soggetto che frequenta i bar della zona. La reazione dei presenti è immediata e violentissima: la folla circonda la pattuglia, tenta di ribaltare l’auto di servizio e di liberare l’uomo appena fermato.

​Per sottrarsi al linciaggio e disperdere la calca, i militari sono costretti a impugnare i mitra e a sparare diverse raffiche in aria. Agli spari, la gente si ripara dietro le vetture parcheggiate. I giorni successivi scatteranno segnalazioni, fermi e i relativi processi per i responsabili della rivolta.

​Gli anni successivi: Il Far West davanti al bar

​Passa del tempo ma le dinamiche all’interno della piazza restano immutate. Davanti al conosciuto Bar Kaiser, tra gli avventori abituali nasce una discussione per motivi del tutto futili.

​Quella che sembrava una banale lite tra amici degenera rapidamente: uno dei contendenti si allontana, si procura una pistola e torna sul posto sparando ad altezza d’uomo contro l’altro. Solo la mira imprecisa evita che il proiettile  diventi mortale. Il contendente viene solo ferito.

​7 ottobre 1993: L’agguato di camorra

​L’episodio più oscuro si consuma la sera del 7 ottobre 1993 in una via a pochi metri dalla piazza, via Carlo Del Balzo. Stavolta non si tratta di risse o rancori personali, ma di criminalità organizzata. Un commando composto da cinque uomini – tre a bordo di un’auto e due su una motocicletta con funzioni di staffetta – entra in azione per eliminare Errico Madonna.

​Il cinquantunenne, avvocato ed ex consigliere del capo della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, era uscito da poco dal carcere dopo il maxiblitz del 1985. Viene trucidato a colpi di pistola e di fucile a pochi passi dalla casa della madre.

Nell’agguato perde la vita anche un innocente la cui unica sfortuna è stata quella di essersi fermato a scambiare quattro chiacchiere con l’obiettivo dei killer. L’omicidio Madonna è uno dei grandi misteri italiani.

Sono trascorsi 33 anni e nulla si sa dei mandanti e degli esecutori. Il Caudino negli anni scorsi ha condotto una dettagliata inchiesta su questo omicidio eccellente che si intreccia con il rapimento di Ciro Cirillo ed anche con l’omicidio di Roberto Calvi. Il nostro giornale intervistò il figlio del banchiere di Dio che vive in Canada.

​Venerdì 5 giugno 2026: Armi pesanti in mezzo alla movida

​Si arriva ai giorni nostri. È un venerdì sera di inizio estate e Piazza Trescine è gremita di giovani che si godono il fine settimana. Nel giro di pochissimi minuti, la violenza cancella tutto: scoppia una lite furibonda tra due fazioni, si scatena il caos e vengono esplosi colpi di fucile, provocando il panico generale e il fuggi fuggi dei ragazzi.

​I contendenti si inseguono e lo scontro prosegue in una traversa di corso Del Balzo, dove viene avvertito almeno un due clpi  di fucile. Le prime ricostruzioni parlano chiaro: i due gruppi contrapposti si sono affrontati.

​Dietro i colpi esplosi tra la folla non si profila una semplice rissa degenerata, ma lo spettro ben più inquietante del controllo militare del territorio e della gestione delle piazze di spaccio.

Un segnale pesante lanciato in pieno centro, che dimostra come dopo centosessantasei anni, in quel perimetro di pietra, le armi continuino a essere usate per imporre il proprio dominio.